Il sogno di ogni appassionato è l’emozione, intensa, che il vino è capace di donare. Quando incontri un vino che ti emoziona segna la giornata magica sul calendario. A noi è accaduto durante questa degustazione, grazie a un monumentale Terre Silvate 2012 di Corrado Dottori.
Ospiti dell’enoteca Picone di Palermo abbiamo assaggiato tre diverse interpretazioni di Verdicchio marchigiano: il Terre Silvate 2012 de La Distesa, l’azienda naturale di Corrado Dottori, il Dominè 2010 di Pievalta, l’azienda biodinamica di Alessandro Fenino, ed una riserva 2007 di Villa Bucci.
Siamo consapevoli di avere degustato annate diverse e non perfettamente omogenee, ma la mano del vignaiolo ed il “gusto della casa”, per mutuare un francesismo, si percepiscono chiaramente anche tra diversi millesimi. Soprattutto quando le differenze sono marcate.
Terre Silvate 2012
Un monumento. Intenso, fragrante, complesso, affascinante. Emozionante.
Giallo paglierino tendente al dorato con una fine opalescenza che non ne riduce la trasparenza. Il naso apre con fieno, miele, fiori di tiglio, cuoio, funghi, nespola. Roteando il calice emerge un sottile aroma di scorza di mandarino, e poi fiori d’arancio e melone maturo, su un sottofondo fumè. Al palato è di buona acidità, equilibrato, perfetto tra note austere, e di fiori e frutto. In retrolfazione occhieggiano sottili sentori di marroni seguiti da paglia secca. La persistenza è di lunga e piacevole durata. Dopo alcune ore dall’apertura, la naturale evoluzione di questo vino fa sbocciare profumi di fiore di camomilla fino a prima poco percepibili.
Se questo è il verdicchio ne berrei a litri. Corrado Dottori è riuscito a creare un piccolo capolavoro. Onore al merito.
Dominè 2010
Giallo paglierino cristallino. Il primo acchito è di burro, un po’ lezioso. Subito dopo si percepisce una caratteristica nota di fiore di bosso che col trascorrere del tempo diventa sempre più agre ed intensa. Roteando il calice si fa sentire l’agrume, la foglia di eucalipto, sottili note di timo. Al palato è di buona acidità, ma non molto consistente. In retrolfazione passion fruit: un frutto della passione intenso ed agre che si mescola alle note mercaptaniche di apertura. Prestando più attenzione si percepisce il fiore del gelsomino insieme ad una sensazione fruttata e dolciastra intensa e persistente.
Che dire di questo vino… se lo avessi assaggiato alla cieca lo avrei potuto tranquillamente confondere con un Sauvignon Blanc convenzionale del nord-est italiano. Indipendentemente dalla piacevolezza che dipende da fattori soggettivi, a me non piace, mi sembra strano trovare un vino Verdicchio Doc di così scarsa aderenza varietale e territoriale.
Villa Bucci riserva 2007
Giallo paglierino cristallino. Apre con frutto della passione, mandarino, gelsomino. Roteando emergono note balsamiche e di erbe officinali, con refoli di zucchero filato. Al palato genera scarse sensazioni acide e non amplia minimamente l’immagine gustolfattiva. In retrolfazione è monotono, esile. Di breve persistenza.
Sarà che lo abbiamo degustato per ultimo, ma l’impressione è stata di un vino con scarsa personalità. Villa Bucci riserva 2007 è l’incarnazione dei luoghi comuni sul Verdicchio. Non cattivo ma neanche particolarmente buono, tende all’evanescenza durante la bevuta. Un travet.
Soltanto bevendo il suo vino si comprende perché quello di Corrado Dottori non è il vino dell’enologo.




Purtroppo quello dell’aderenza al vitigno e al territorio è un problema serio. Troppo spesso nei vini non si sentono gli aromi tipici della varietà ufficialmente riportata in etichetta. Ho intuito qualcosa del genere anche nel vostro nero d’avola blind tasting
Buongiorno Massimiliano,
grazie comunque per la recensione. Non entro nel merito dei tuoi gusti, perchè ognuno ha i suoi e perchè i vini che descrivi sono tutti di produttori amici e che stimo.
Solo una precisazione riguardo a “varietale e territoriale” e al sauvignon del nord-est.
Come saprai, immagino tu abbia camminato le colline dei Castelli di Jesi qualche volta, le vigne che producono il Dominè sono in una zona piuttosto diversa (per suolo e soprattutto altitudine e clima) rispetto a quelle del Villa Bucci e ancora di più rispetto a quelle del Terre Silvate (che sono addirittura al di là dell’Esino), per cui in realtà si tratta di territori un po’ differenti che danno ai vini toni sicuramente differenti (è la bellezza dei Castelli di Jesi: una sola varietà, tanti “luoghi” diversi), e in tutta sincerità ritengo il Dominè un vino che urla l’appartenenza alla vigna di provenienza, perchè ne incarna la vocazione precoce e acida e ricorda attraverso la sua sapidità che le radici affondano in argille calcaree.
Per quanto riguarda il varietale ed il sauvignon, sinceramente il tuo commento mi addolora. Per prima cosa perchè sono uno strenuo difensore della purezza del verdicchio (secondo solo a Peppe Bonci) e se c’è una cosa che non sopporto sono proprio i verdicchio tagliati con sauvignon o vinificati in iper-riduzione per avere quel profilo aromatico (sembra che i due vitigni abbiano alcuni precursori aromatici silmili). In seconda battuta perchè paragoni questo vino ad un sauvignon del nord-est e non a uno della Loira, che con i suoi Sancerre e Poully- Fumè tutt’altro che sauvignoneggianti (ma tesi, acidi e incredibilmente sapidi) mi ha ispirato nella creazione di questo vino.
Se poi invece il senso di questo post (e della definizione al mio vino di “convenzionale”) sta tutto nella trita e ritrita questione delle fermentazioni con lieviti indigeni, passo oltre perchè sinceramente non mi interessa di partecipare ad una gara tra aziende biologiche per dimostrare chi sia il più naturale. Non ha senso e credo che le battaglie da combattere siano ormai diventate altre.
Quando torni nei Castelli di Jesi passa a conoscere la nostra azienda. Ti aspettiamo.
Alessandro.
@Alessandro, intanto grazie per l’intervento, che credo dimostri intelligenza e voglia di partecipare. Ti dirò, sentire un chiaro fiore di bosso ed un intenso frutto della passione nel tuo vino mi ha turbato. Non entro nel merito di fermentazioni spontanee oppure no, semplicemente parlo di aromi e sensazioni. È possibile che dipenda dal terroir, non ho motivo di dubitarne.
sul Villa Bucci riserva.
Ho avuto modo di testare alcune annate e devo dire che ci trovo differenze: alcune veramente notevoli per ampiezza, espressività e soprattutto finezza (forse il top in assoluto), altre (ma poche) abbastanza deludenti.
Probabilmente l’aspettativa generata dalle prime, condiziona il giudizio scarso sulle altre.
Se non ricordo male, mi pare proprio quest’annata ’07 ad avermi dato le stesse impressioni vostre.
Mi pare comunque che sia la ricerca stilistica, il denominatore comune di questa etichetta.
Non ho capito bene però quali siano i luoghi comuni sul Verdicchio…
Sintetizzati in una parola: travet
“gli eremi” è anche meglio (a mio parere)
I verdicchio in degustazione-confronto si sono presentati con stili differenti ed anche performance.Terre Silvate 2012 è rimasto nel bicchiere per tutta la serata senza dare nessun segno di cedimento. La macerazione sulle bucce ha fatto la grossa differenza.
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