Grazie al genio del mitico ingegner Massimiliano Calabretta, dell’Azienda vinicola Calabretta, ci siamo potuti godere altre due degustazioni comparative degli stessi vini con chiusure diverse.
Dopo avermi stupito con la prima degustazione su bianchi e rosato, il buon Massimiliano ha voluto provare l’evoluzione degli stessi vini a distanza di sei mesi e il risultato di diverse chiusure sui vini rossi.
In due diverse tappe, una a Randazzo, sull’Etna, e l’altra a Genova, ospiti dell’ottima cucina de La Forchetta Curiosa ristorantino tradizionale genovese, abbiamo provato il Carricante 2018 e il Nerello Mascalese Vigne Vecchie 2010, imbottigliati entrambi in aprile 2019.
Rispetto alla precedente degustazione appaiono più chiari i meccanismi evolutivi e il fatto che non ci possono essere certezze “aromatiche” in periodi valutativi così brevi.
Il Carricante 2018 era chiuso con tappi di microagglomerato senza colle, microagglomerato con colle, tappo in polimero di canna da zucchero a media permeabilità all’ossigeno, tappo in polimero di canna da zucchero a bassa permeabilità all’ossigeno, una chiusura composita realizzata con diverse componenti, tra cui un’anima, un telaio e uno scudo a contatto col vino (da ora in poi “chiusura composita”).
Il Vigne Vecchie 2010 era chiuso con tappi di sughero naturale monopezzo, microagglomerato senza colle, due marche diverse di microagglomerato con colle, polimero di canna da zucchero a bassa permeabilità all’ossigeno, polimero di canna da zucchero a bassissima permeabilità all’ossigeno, chiusura composita.
Preliminarmente vale la pena sottolineare due impressioni rimaste costanti per tutte le degustazioni. La prima è la grande variabilità dovuta esclusivamente alla diversa chiusura per le sensazioni aromatiche olfattive, dapprima a calice fermo per cogliere gli aromi di apertura, quelli prevalenti, poi roteando per sprigionare le altre nuance, e in retrolfazione dopo aver deglutito, e per le sensazioni fisiche di acidità e astringenza. La seconda è la costante insufficienza delle chiusure a base di sughero monopezzo.
La serata a La Forchetta Curiosa ci ha riservato due grandi sorprese fuori programma, offerte da Massimiliano Calabretta, che ci hanno consentito di focalizzare meglio gli esiti delle degustazioni. Due assaggi di Etna Rosato del 1999 e uno storico Rosso dell’Etna 1997, prima etichetta in assoluto venduta come vino in bottiglia dall’Azienda Calabretta, entrambe chiuse con vecchi tappi in sughero naturale monopezzo.
I vini erano in perfetto stato di conservazione, con un’olfazione e una retrolfazione di spettacolare briosità ed equilibrio, di buona acidità, con tannini morbidi e setosi nel rosso, e nessun segno di ossidazione. Relativamente ai tappi in sughero si trae l’impressione che col trascorrere degli anni la qualità media dei sugheri sia talmente decaduta da rendere impossibile, in epoche attuali, una chiusura in sughero monopezzo di qualità tale da regalare simili emozioni, a meno di non spendere cifre che per la maggior parte dei vini al commercio sono eccessive ed ingiustificabili. I tappi in sughero “contemporanei” a prezzi accessibili ai più non rendono il giusto merito al vino.
Per evitare un noiosa relazione certosina delle variabilità per singola tappatura, vale quella del primo articolo, mi limiterò alle chiusure che sono sembrate migliori e a quanto è cambiato rispetto alla precedente degustazione.
Per i bianchi il tappo in polimero di canna da zucchero a bassa permeabilità all’ossigeno si riconferma tra le migliori soluzioni di chiusura. Un buon rapporto prezzo-qualità è dato anche dal tappo in microagglomerato senza colle della stessa marca del precedente, che raggiunge risultati simili con costi inferiori.
Il tappo in chiusura composita, un prodotto tecnologicamente studiato e sviluppato su un preciso progetto ingegneristico, di prezzo elevato, ottiene lo stesso risultato sia sui bianchi che sui rossi: affievolisce notevolmente le sensazioni olfattive al naso ed esalta in modo importante la retrolfazione; sembra anabolizzarla, come i muscoli di un culturista. Per cui il risultato finale è sempre quello di un vino chiuso al naso che sprigiona i suoi aromi prevalentemente in retrolfazione.
Con altre chiusure il risultato è invece opposto.
Sul Vigne Vecchie 2010 abbiamo degustato una variante chiusa con tappo in polimero di canna da zucchero a bassissima permeabilità all’ossigeno (chiusura pubblicizzata dal produttore come finalizzata alle grandi riserve), di prezzo leggermente più alto, ma che a mio parere ha garantito il miglior equilibrio tra naso, retrolfazione, acidità e astringenza.
La medaglia d’argento, va alla chiusura in microagglomerato senza colle e il terzo posto sul podio al tappo in polimero di canna da zucchero a bassa permeabilità all’ossigeno.
In questa batteria il tappo in sughero naturale monopezzo ha fatto la sua ennesima brutta figura e il tappo “tecnologico” in chiusura composita (realizzato con diverse componenti, tra cui un’anima, un telaio e uno scudo a contatto col vino) è sinceramente deludente: ha ridotto ai minimi termini le componenti olfattive, primi tra tutti gli aromi di apertura, consentendo di godersi il vino solo in retrolfazione.
Leggi anche: La caduta degli dei, e di un pregiudizio. I tappi di sughero sono da dimenticare?






















…….in definitiva la natura perse sul’intervento dell’uomo
@gianluca, inoltre non usare più sughero è il miglior regalo che possiamo fare agli alberi.
@Massimiliano Montes,..spero tanto che tu stia scherzando….
No. Si chiama evoluzione. Prima viaggiavamo in sella a un cavallo, ora viaggiamo con le auto elettriche 😉
@Massimiliano Montes, …..domani berremo vini da varieta’ resistenti……