Un viaggio tra Mosella e Reno: Peter Jakob Khün

“C’è un produttore naturale che fermenta il Riesling in anfora”. Questa è la dritta che mi arriva da un amico appassionato ed esperto di vino che sapeva che mi trovavo a scorrazzare tra Reno e Mosella.

Scrivo un’email, telefono per prendere un appuntamento, e mi presento in quella che contemporaneamente è l’abitazione e l’azienda agricola della famiglia Khün a Oestrich, in Rheingau, sulla riva nord di quel tratto del Reno centrale che scorre placidamente da Wiesbaden verso occidente, curvando a nord dopo Bingen. Mi accoglie calorosamente la moglie di Peter, Angela Kühn, con il loro cane, in una deliziosa villetta adiacente ai vigneti.

Angela Khün

Angela Khün

 

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Peter e Angela Kühn

Peter e Angela Kühn

La prima cosa che mi stupisce sono proprio i vigneti: dire che sono inerbiti è un eufemismo. Non ho mai visto tanta vegetazione tra i filari! Erbacce alte un metro, girasoli, fiori di campo, persino piante grasse e bulbacee. C’è un po’ di tutto nei vigneti di Peter Khün, anche le viti.
Khün è un convinto sostenitore della biodinamica e della biodiversità nei campi. La moglie mi racconta che in assenza di tutta quella vegetazione le viti sono più esposte a malattie da funghi, e che i suoi vicini non biodinamici che diserbano hanno numerosi attacchi infettivi alle viti. Le loro piante invece sembrano essere quasi immuni.

Filari inerbiti

Filari inerbiti

 

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Membro di Renaissance des Appellation e amico di Joly, Peter Khün si spende con convinzione per la rinascita dei territori e degli aromi naturali nei vini. I suoi terreni non vedono alcun tipo di fertilizzazione eccetto piccole quantità di letame e solo trattamenti di contatto come prevenzione delle malattie infettive.
In cantina vinifica con metodi naturali, ed è l’unico produttore tedesco ad aver sperimentato la fermentazione in anfora del Riesling.

Dopo la passeggiata tra i filari ci accomodiamo sotto un fresco pergolato e cominciamo a degustare.
I primi tre Riesling, tutti Qualitätswein Trocken, fanno una breve macerazione di tre giorni a contatto con le bucce. Dopo la svinatura continuano la fermentazione in acciaio, maturano in fusti di acciaio di medie dimensioni per sei mesi e quindi vanno direttamente in bottiglia.
Iniziamo con il loro vino base, lo Jacobus 2011. Come quasi ogni Riesling base assaggiato da queste parti, rimango a bocca aperta: è incredibilmente buono. Colore giallo paglierino, cristallino con riflessi brillanti, ha un naso intenso che spazia dai fiori d’arancio ai fiori di pesco, ai profumi della buccia di limone fino a quelli della corteccia dell’albero di limone. Il palato è acido, amplia l’immagine gustolfattiva, la delinea e le da spessore. La retrolfazione vira verso un frutto che ricorda la pesca poco matura e la scorza di cedro. Il finale è lievemente amaricante e acidulo, di lunga persistenza, e si dissolve in un buon ricordo aromatico.

Lo Rheinschiefer 2011 ricorda il precedente ma è più concentrato, già visivamente, con aromi più terragni, una mineralità maggiore e profumi agri di limone ben in vista. Preferisco il primo.
Il Quarzit 2011 proviene da terreni ricchi di quarzo, come il nome vuole decisamente suggerire. Ha un colore giallo paglierino, aromi floreali di zagara e pesco, note agrumate al palato, e una mineralità più decisa.

La degustazione prosegue con alcune varianti macerate per tre giorni e maturate in fusti di legno di medie dimensioni. Il legno tende a smussare sia l’acidità che i contorni minerali del Riesling, conferendo anche aromi “da contatto” non varietali dell’uva.
Il Landgeflecht 2010 ha un colore più dorato, il naso più sottile con chiare note di vaniglia. Il palato conferma una maggiore rotondità rispetto a quelli affinati solo in acciaio, con chiari sentori vanigliati. Non mi fa impazzire.
Sensazioni simili suscita l’Oestrich Doosberg 2010, più speziato del precedente, con sentori di noce moscata, e lievi note viniliche. Questo vino è molto secco, con un residuo zuccherino inferiore a 1 g/l, e una retrolfazione suggestiva di “limone spremuto”.

La Sig.ra Khün ci tiene a farmi assaggiare anche annate precedenti, così iniziamo con lo Schlendorn 2009, di colore giallo dorato, profumi equilibrati di frutta secca, dattero, albicocca, scorza di cedro. Al palato è rotondo e non eccessivamente acido, di facile bevibilità, richiama gli aromi di scorza di cedro insieme a pesca matura e albicocca. Di media persistenza.
Proseguiamo con il Mittelheim St. Nikolaus millesimo 2007 e 2006.  Entrambi giallo dorato scuro, con chiare note idrocarburiche, spiccata mineralità, acidità meno palpabile e persistenti aromi agrumati e di fiori di limone. Forse il 2007 si colloca un gradino più in alto rispetto al 2006.

Khün Anfora 2009

Khün Anfora 2009

Infine, con un sorriso sulle labbra della padrona di casa, arriva il grande atteso: l’Amphore 2009.
Spero di non attirarmi troppe inimicizie o strali dalla famiglia Khün se dico che l’impatto è stato a mio parere deludente. Mi permetto di dirlo solo perché la Germania è lontana e auspico che non ci leggano! E perché sono sicuro che i tedeschi sono meno suscettibili alle critiche dei produttori autoctoni italiani.

La mia idea di Riesling è un’idea abbastanza chiara, costruita con tanti assaggi da svariati produttori e terroir. Ebbene, questo Riesling me la ha demolita!
Il colore è quello dell’oro antico, con riflessi scuri color noce. Il naso ha un impronta ben chiara e riconoscibile: quella mescolanza di chiodo di garofano e argilla che caratterizza tutti i vini che fanno passaggi in anfora. Roteando emergono profumi di zagara e, stranamente, di scorza d’arancia e arancia candita. Al palato è molto secco, pastoso ed avvolgente. La retrolfazione suggerisce note di cuoio, pellame, e sottobosco. E’ discretamente acido e con una persistenza incredibilmente lunga.

Credo che l’anfora sia un elemento omologante. Trovare in un Riesling aromi che trascendono il territorio e mi fanno venire in mente tanti altri vini “anforizzati” provenienti da tutte le latitudini e da tutto il globo mi ha sinceramente infastidito.
Questo ancor più perché quelli non fermentati e non maturati in anfora, sono invece buonissimi e molto territoriali.

I vini degustati fin’ora hanno un residuo zuccherino inferiore a 4 g/l. Successivamente la degustazione è proseguita con i Riesling più dolci.
L’Oestrich Lenchen 2011, spatlese, giallo dorato, rivela eleganti profumi di albicocca e limone, seguiti da fiori di pesco e acetosella. Al palato non è invadente, si concede in maniera pudica e non suscita elevate sensazioni di acidità. Ha una buona persistenza.
Lo stesso Oestrich Lenchen 2011 esiste in versione auslese, che a differenza del primo mostra una maggiore concentrazione e profumi che ricordano quelli della crostata di limone. E’ sottile e delicato, di buona acidità e persistenza.
Il beerenauslese ha un residuo zuccherino ancora più elevato e una maggiore concentrazione. Giallo dorato intenso, profuma di torta al limone, con ricordi di albicocca, noce e dattero. Elegante e sottile, ha una media persistenza.

Impressionante l’Oestrich Lenchen 2007 trockenbeerenauslese. Oro antico, con un naso che profuma intensamente di confettura d’uva, albicocca, crostata al limone, subito seguito da miele di castagno, noce moscata, gelsomino, fiori appassiti su un sottofondo di pietra focaia. In bocca è ampio, caldo, suadente, consistente, di notevole acidità. Proviene da acini in parte botritizzati, ovvero affetti dalla Muffa Nobilis, che conferisce splendidi profumi ai vini passiti. Ha 480 g/l di zuccheri residui e un’acidità totale di 11g/l.

Vorrei concludere incoronando quelli che per me sono stati i migliori assaggi: a pari merito, i buonissimi Jacobus 2011, Oestrich Doosberg 2010 e Mittelheim St. Nikolaus 2007.  Al di sopra di tutti l’Oestrich Lenchen 2007 trockenbeerenauslese.

 

Leggi anche:

Un viaggio tra Mosella e Reno: Weingut Heymann-Löwenstein
Un viaggio tra Mosella e Reno: Weingut Clemens Busch
La Nahe: Weingut Dönnhoff
I Riesling tedeschi, questi sconosciuti. Piccola guida alle denominazioni

 

 

Weingut Peter Jakob Kühn
Mühlstraße 70
65375 Oestrich-Winkel
Germany
Tel. +49-6723-2299
fax +49-6723-87788
info@weingutpjkuehn.de
http://www.weingutpjkuehn.de

 

 

11 thoughts on “Un viaggio tra Mosella e Reno: Peter Jakob Khün

  1. A3C

    i vini in anfora sono sacri…e chi ne parla male non è figlio di Maria….guarda che arrivo con la scimitarra da Mompracem e ti faccio la S di Sandokan sulla vetrina della frigocantina….

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    1. Massimiliano Montes Post author

      Ma non era la Z di Zorro? Comunque hai ragione… non sono figlio di Maria 😉

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  2. Patrizia

    @A3C, lascia perdere la frigo cantina, dopo tutti i riesling che si è tracannato prima non credo fosse ancora in se per apprezzare la forza rude di un vichingo 😉
    E io che la dritta pensavo l’avesse avuta da Gesù!

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  3. Davide Marrale

    Massimo, potresti spiegarmi come fa un vino molto secco ad essere pastoso?

    Reply
    1. Massimiliano Montes Post author

      Carissimo Davide!!! Grazie per le tue puntuali precisazioni 😉
      Presumo che ti riferisci all’Anfora 2009.
      Secco si riferisce al residuo zuccherino, che a volte nei riesling è palpabile, in questo caso no.
      Pastoso si riferisce ad una sensazione “tattile”, fisica, non aromatica. Intendo quella sensazione di “consistenza” (spessore) che il vino può assumere a contatto con le mucose. Determinata in parte dal residuo fisso secco (maggiore residuo, maggiore consistenza), e di solito amplificata dal fatto che il vino non polimerizza e non fa precipitare i polisaccaridi della saliva (cosa che avviene invece in presenza di tannini).
      Altra componente che influisce sulla sensazione fisica di pastosità è l’acido lattico. I vini che non hanno subito la trasformazione dell’acido malico in acido lattico (reazione malolattica) tendono ad avere meno pastosità (è una impressione tattile mediata dall’acido malico). Viceversa, i vini che hanno fatto la malolattica incrementano le loro sensazioni di pastosità e di consistenza (sensazione indotta dall’acido lattico).
      In questo caso la mia impressione è che questo vino abbia completato la malolattica, oltre ad avere verosimilmente un elevato residuo secco dovuto alla maturazione in anfore.

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      1. Davide Marrale

        @Massimiliano Montes,
        La pastosità è una sensazione tattile pronunciata che si avverte in vini dove vi è una presenza notevole di glicerina( un polialcole ), unita a una quantità non indifferente di etanolo ( es. Amarone, vini passiti, sherry, etc.). Mi sembrerebbe un po’ azzardato definire il vino in questione pastoso.

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        1. Massimiliano Montes

          @Davide Marrale,
          La pastosità è una sensazione che si avverte in vino dove vi è una notevole presenza di gomma arabica (artificialmente aggiunta) 😉
          Abbiamo ragione entrambi, la glicerina da pure sensazioni di pastosità (che comunque col secco o no non c’entrano).
          L’alcol (etanolo) dà vasodilatazione che ci fa sentire una sensazione pseudocalorica.

  4. Davide Marrale

    Temo proprio che dobbiamo disquisire sull’argomento di persona a colpi di bicchiere. Oramai il guanto è stato lanciato. La data e il luogo del duello ci è chiaro a entrambi; che ” regga” il più forte.

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