Se dovessi proporre didatticamente un vino per far comprendere cosa sia il Sauvignon Blanc sceglierei proprio Cotat.
Il Sauvignon Blanc è un vitigno autoctono originario della regione nord-orientale della Loira, nei territori intorno ai paesi di Sancerre e Puilly-sur-Loire.
Separati dalla Loira che in quella zona scorre da sud verso nord, per poi deviare il suo corso a ovest tagliando in due la città di Orleans, 100 Km a sud di Parigi, e puntando decisa verso l’oceano.
Sancerre e Puilly-sur-Loire si fronteggiano, con sguardo di sfida, sulle rive opposte del fiume. A occidente il primo, sulla riva orientale il secondo, si contendono la palma per la migliore e più tradizionale espressione dell’autoctono più famoso del mondo.
Esportato e impiantato a livello globale, definito “vitigno internazionale”, in realtà la casa del Sauvignon Blanc è qui. Le sue due principali espressioni sono quella “affumicata” di Puilly-sur-Loire, il Puilly-Fumé, di cui il più noto rappresentante è Dagueneau con le sue vigne a Saint Andelain, pochi chilometri a nord di Puilly-sur-Loire. E quella più varietale della zona di Sancerre.
Chiedere oggi a un sommelier professionista di indicare un espressione tipica e caratteristica di Sauvignon Blanc, significa nove volte su dieci sentir parlare di Nuova Zelanda e Australia. Cosa che determina nel vero appassionato profonde crisi depressive.
Prima o poi sentiremo dire che l’espressione più tipica del Nebbiolo è quella dell’Oregon, è solo questione di tempo.
Un Sauvignon Blanc da manuale, dicevamo. Perfetto, né troppo maturo con quelle note fruttate e quei sentori svaniti di mela tipo Campus shampoo antiforfora, tipico delle vendemmie troppo tardive e delle lavorazioni in ossidazione.
Ma neanche acerbo con quelle note varietali mercaptaniche preponderanti, di urina di gatto o fiore di bosso (per non urtare la vostra sensibilità): Pascal Cotat riesce a unire il carattere e gli aromi agri del Sauvignon Blanc a una florealità che ricorda i fiori d’arancio, la ginestra e i fiori di campo, e a un un frutto che richiama la susina bianca e la polpa della pesca.
Ogni volta che beviamo un vino pensiamo “Buono. Però se questo aroma si percepisse un po’ meno – oppure – se avesse più carattere o più note di questo o di quel tipo, sarebbe perfetto”.
Ecco, nei vini di Pascal Cotat non cambieresti nulla.
La 2012 della Grand Cote che abbiamo bevuto è stata veramente un’ottima annata in Loira. Ancora giovane, sarebbe interessante scoprire come invecchia questo vino.
Giallo paglierino intenso e limpido, va sul filo degli aromi che dicevamo sopra, senza perdersi, senza eccessi e senza cadute. Ha una buona acidità, al palato è ancora fresco e vivace con richiami floreali e di frutto. La persistenza gustolfattiva è lunga come deve essere quella del Sauvignon Blanc.
E’ prodotto da una parcella a Chavignol, di qualità tanto elevata da aver indotto gli agricoltori della zona a chiedere una menziona speciale per i loro vini. Richiesta non ancora accolta dalle autorità locali.
Pascal Cotat possiede soli 2,5 ettari che coltiva in biologico, un ettaro per La Grand Cote che abbiamo bevuto e un ettaro e mezzo per la sua altra etichetta, Les Monts Damnés. La raccolta delle uve è manuale, la fermentazione spontanea e i vini non sono chiarificati né filtrati. Riposano per sei mesi in botti vecchie di 60 anni.
Un ultimo consiglio: la morte di questo vino è col piatto in fotografia
Domaine Pascal Cotat
98 Chemin des Grous
18300 Sancerre
Francia
Tel. +33 248721345


Che sete !
e che nostalgia con campus alla mela verde 🙂
@Nic Marsél, 🙂
l’ho proprio degustato l’altro giorno, a me non è dispiaciuto anche se apparso un po’ sottotono. Alla degustazione era presente anche una Master of Wine che si diceva molto esperta e raccontava di come la 2012 sia dichiarata da tutti i produttori della Loira davvero pessima, e lamentava proprio che fossero confrontati dei Sancerre 2012 con dei Sauvignon italiani 2013. io non sono esperto della zona, ma dove sta la verità (almeno sulla bontà dell’annata)?
@Matteo Carlucci, scusami, mi corrego, abbiamo degustato Les Monts damnés 2012
Ciao Matteo, la Loira è molto lunga. Va dal Saòne vicino Lione (da Lapalisse), fino all’oceano Atlantico dove si fa il muscadet. Per quello che so io la zona del muscadet, vicino a Nantes, è stata piovosa e non molto buona. Le regioni nord-orientali hanno avuto invece un andamento climatico più favorevole. Credo poi che la Grande Cote sia il cru più pregiato, con vigneti di oltre 60 anni. Le Monts Damnes invece viene dalle vigne più giovani.
@Massimiliano Montes, o meglio, quasi dalla valle del Rodano
Al solito leggere una degustazione Montessiana e’ quasi un berla e resta persistente,
Tiratina ina di orecchie non ti metterai anche tu a dar giù ai sommelier o a confondere il sommelier da corso che il vino lo conosce solo dal sussidiario con l ‘appassionato conoscitore di vino e cultura enologica che è anche un sommelier. I sommelier che conosco io nove volte su dieci sentendo sauvignon blanc ti dicono LOIRA , sancerre e non confondono Puilly fume’ dallo chardonnay fuisse…
Sante’ e buon peperone e foglia di pomodoro a tutti.
@Eretico Enoico, hai ragione. Ogni tanto mi lascio prendere dal pregiudizio nazional-popolare-qualunquista. Però ti assicuro che la maggior parte dei sommelier che conoscono mi parlano con gli occhi illuminati di Marlborough e di Saint Clair come se fosse la bibbia del sauvignon. E io un sauvignon blanc che sembra un gelato al gusto del frutto della passione non riesco proprio a berlo 🙂
P.S. grazie per i complimenti
@Massimiliano Montes, a me il Sauvignon non piace proprio, non lo ordino mai, non lo compro mai, ma è giusto suggerire i migliori vini di questo vitigno a chi piace.