Già sento il rumore delle sciabole. La definizione “quasi-naturale” mi condurrà l’ira sia degli amanti dei vini naturali che degli opliti difensori del sistema economico industriale.
Però ci vuole. Mi sembra questa la corretta definizione per A Puddara 2011 dei simpaticissimi Federico Curtaz e Silvia Maestrelli.
Da uve Carricante coltivate su due vigneti per complessivi 1.5 ettari, uno nella storica contrada di Milo, a 900 metri sul versante est dell’Etna, quello più vocato per i bianchi, con viti anche di 80 anni di età. L’altro a Santa Maria di Licodia, versante sud-ovest, di impianto più giovane, circa 40 anni. Tenute di Fessina nasce nel 2007 dalla società tra Silvia Maestrelli (Villa Petriolo) e suo marito Roberto Silva, con Federico Curtaz, agronomo ed enologo di fama cresciuto alla corte del re Angelo Gaja. A Puddara 2011 viene prodotto in 6200 bottiglie e 300 magnum.
L’impressione di “quasi-naturalità” deriva dall’impatto gustolfattivo di questo vino e da una chiacchierata con Federico Curtaz.
Già degustato in occasione di Sorsi dell’Etna 2013, ho trascorso qualche ora a bere con calma la mia bottiglia, intercalando tra un calice e l’altro dapprima solo pane bianco e dopo una leggera cena a base di pesce.
Il colore è giallo tenue quasi trasparente. Appena stappata, versando il vino nel calice, lasciano interdetti intensi aromi di fiori bianchi (gelsomino?) e vaniglia, che nulla hanno a che vedere col Carricante. Per fortuna dopo pochi minuti queste strane e sgradevoli, dal mio punto di vista, note di profumeria si attenuano, e dopo 40 minuti scompaiono quasi del tutto, lasciando il posto ad un intenso bouquet di fiori d’arancio, scorza d’agrumi, ginestra e macchia mediterranea. Insomma quello che ti aspetti da un Carricante vero.
In bocca è sferzante. Ha una bellissima acidità, che ti conquista subito, e che insieme alla retrolfazione che richiama gli agrumi e la ginestra ti induce a socchiudere gli occhi per godere fino in fondo di questa piacevolezza. La persistenza gustolfattiva è di lunga durata.
L’unica nota stonata al palato è l’eccessiva zuccherosità di questo vino (ha 4-5 g/l di zuccheri totali), con evidenti sensazioni dolciastre che suonano come un’ulteriore dissonanza.
L’impressione complessiva è quella di un buon vino con alcuni rimpianti. Rimpianti dovuti alle note floreali-vanigliose e alla zuccherosità che frenano un vino altrimenti eccellente: A Puddara 2011 è un campione mancato, che si ferma davanti al monte Olimpo dell’eccellenza mondiale (si, potrebbe competere con i migliori bianchi del mondo) senza riuscire ad entrare.
La definizione di “quasi-naturalità” deriva anche dalla conversazione avuta con Federico Curtaz. Devo riconoscere a Federico intenzioni di rispetto del territorio e del vitigno. A partire dal sesto d’impianto, che è stato volutamente lasciato ad alberello basso, come tradizione etnea vuole.
In cantina questo vino non fa malolattica. E d’altro canto non potrebbe farla naturalmente, perché a un pH troppo basso, con 7 g/l di acidità totale, la reazione malolattica non si innesca spontaneamente.
Qualcun altro avrebbe disacidificato quel tanto che bastava ed inoculato batteri malolattici selezionati. Federico non lo ha fatto, preferendo lasciar percorrere al vino la sua strada.
Da un punto di vista organolettico direi che la sua è stata una decisione vincente, perché un vino meno acido e con le note burrose tipiche della malolattica artificiale avrebbe definitivamente ammazzato quel che di Etna ci stava. A Puddara è delizioso proprio per la sua acidità.
La fermentazione avviene mediante inoculo di lieviti selezionati, direttamente in botti da 35 ettolitri e qualcuna da 500 litri, dove permane per 10 mesi fino all’imbottigliamento. Il vino viene lasciato a contatto delle fecce fini, ovvero i residui cellulari dei lieviti, fino a giugno, quando subisce un unico travaso prima dell’imbottigliamento che avviene nel mese di agosto.
In cantina viene chiarificato con bentonite e filtrato, anche a causa del residuo zuccherino che rischierebbe di far riattivare fermentazioni in bottiglia. La solforosa totale è di 80 mg/l.
Ci si chiede come sarebbe questo vino se fosse fermentato spontaneamente, con un buon pied de cuve, e se non fosse chiarificato con bentonite ma decantato per gravità e magari sottoposto soltanto ad una grossolana filtrazione. Forse potremmo convincere Federico a fare una prova… chissà.
E’ comunque un vino da provare, intanto perché estremamente didattico. E poi perché raggiunge un elevato livello qualitativo, che ricorda a chiare lettere il territorio etneo e la bontà del Carricante. Magari… prima di berlo lasciatelo aperto un oretta.
Tenuta di Fessina
Contrada Rovittello – Via Nazionale SS 120, 22
Castiglione di Sicilia (CT)
Silvia Maestrelli 345.7230176-335.7220021
Federico Curtaz 348.0115329-345.7810554
silviamaestrelli@tenutadifessina.com
http://www.cuntu.it




Perchè, cito testualmente ” Per fortuna dopo pochi minuti queste strane e sgradevoli, note di profumeria si attenuano, e dopo 40 minuti scompaiono quasi del tutto, lasciando il posto ad un intenso bouquet di fiori d’arancio, scorza d’agrumi, ginestra e macchia mediterranea. Insomma quello che ti aspetti da un Carricante vero.”
Io, al contrario, all’inizio l’ho trovato gradevole, proprio per quelle sensazioni di Vaniglia che adoro…….
Ripeto, opinione mia…….
D’accordo comunque sulla prova della fermentazione spontanea, ne guadagerebbe molto, soprattutto nel retrogusto!
Ciao, Carlo.
Carlo se adori la vaniglia nel vino non potremo mai bere insieme 🙂
Ti chiedi come sarebbe questo vino se fosse fermentato spontaneamente?
Un vino con tutti i pro e i contro che un processo di vinificazione naturale comporta, con una sua schiera di estimatori e un’altra di critici. Devo ammettere che il vino di Silvia piace anche a me, una costruzione ben fatta, poiché non ne penalizza in alcun modo la sua tipicità.
Bravo Massimiliano, un articolo coraggioso. Non sono certo un integralista, però occhio a sdoganare il “quasi naturale” 😉 Tralaltro non capisco se si tratti di agricoltura biologica o convenzionale.
Altrimennti potrei finire col considerare più naturale un vino “industriale” con la sua bella e precisa lista di ingredienti.
ma mi chiedo: con tutti i vini buoni che ci sono da bere in giro ma perché uno dovrebbe sorbirsi sta penitenza? vuoichemuoro? io fare alzare in volo gli F35 (metaforicamente s’intende) e fare una bella passata di Napalm su tutto cio’
@A3C @Nic
Ho cercato di distinguere ciò che mi piaceva da ciò che non mi piaceva. I tratti caratteriali del carricante etneo si percepiscono. Trovo strana la vaniglia e i profumi di gelsomino… tanto più strani perché dopo poco si attenuano molto. Se fosse una vaniglia data dal legno in teoria dovrebbe essere più persistente…
Armando, non è un vino brutto. Ne ho voluto parlare perché secondo me ha dei buoni fondamenti, potrebbe essere sviluppato meglio (secondo il mio gusto).
in attesa che lo sviluppino meglio beviamo Clemens Busch?
🙂
Massimiliano, io non l’ho ancora bevuto il vino in questione, ma avendo bevuto gli altri della cantina Tenuta di Fessina, ho la vaga impressione che il residuo zuccherino sia forse un “peccatuccio” dell’enologo Curtaz…..
Quasi naturale o quasi taroccato?
La vaniglia che scompare magicamente è un evidente aromatizzazione artificiosa. Stessa cosa per il gelsomino. Il problema è che ci sono i polli che ci cascano e abboccano (vero Carlo?) e pagano per bottiglie del genere.
Davide Marrale ha ragione, il residuo zuccherino è un bieco trucco del bieco gajano. Insomma beviamo sano e beviamo vero. Il peggior vino del contadino è meglio del migliore vino industriale.
@Peppe Lauria, concordo pienamente con quanto hai scritto
@Peppe Lauria,
Ripeto, a me nel complesso è piaciuto. Poi… de gustibus