Thomas Niedermayr non è un elettricista e nemmeno il genio della lampada. E’ soltanto un produttore di vini naturali che, e non saprei come spiegarlo meglio, hanno la luce dentro. Una luce positiva che fa brillare i miei calici della domenica, una luce che trasmette gioia e serenità.
Non sto attraversando una fase mistica e non sono in trance alcolica, è davvero la sensazione che provo ogni volta che ho nel bicchiere le pozioni magiche del giovanissimo eno-druido altoatesino. Solo che in questa storia magia e stregoneria non c’entrano proprio nulla.
Thomas ha preso le redini della tenuta Hof Gandberg meno di dieci anni fa eppure a sentirlo parlare di impollinazione guidata sembra un veterano. Suo padre Rudolf, pioniere nella regione, lavorava in regime biologico già a metà degli anni 80. La loro nuova sfida si chiama PIWI (dal tedesco pilzwiderstandfähig, letteralmente “viti resistenti ai funghi”) ovvero l’insieme delle varietà resistenti alle crittogame derivate da molteplici incroci (non OGM) di cultivar europee con varietà americane ed asiatiche (dello stesso genere “vitis” ma non necessariamente “vinifera”) utilizzate per gli impianti nei 5 ettari di proprietà.
I primi esperimenti sui vitigni PIWI risalgono a fine ’800 ma è da pochi anni che alcune varietà “ibride” sono state ammesse per la produzione di vini di qualità così come da normativa europea, tra l’altro in continua evoluzione. I PIWI permettono di eliminare del tutto o quasi i trattamenti anticrittogamici ed ecco perché, nel percorso di trasformazione da “biologico” a “naturale” intrapreso da Thomas, il passaggio a queste varietà è sembrata la più logica delle decisioni.
Thomas Niedermayr si diletta con Solaris, Bronner, Sovignier gris e Muscaris, le cui spremute fermentate spontaneamente senza inoculo di lieviti, filtrazioni o chiarifiche, danno vita ai vini bianchi più entusiasmanti che mi sia capitato di gustare negli ultimi tempi. In rapida carrellata ecco i quattro che mi hanno maggiormente impressionato al netto della variabilità di ogni singola annata.
• Il “14 Solaris” è il più immediato del lotto, generoso di fiori bianchi, frutta gialla e spezie. Affascinante e complesso, non manca della giusta acidità che ne ingolosisce la beva. Dal punto di vista organolettico è una via di mezzo tra un sauvignon e un riesling. In prospettiva il 2016 promette grandi cose.
• Il “T.N. 04 Bronner” è verticale ed elegante con fieno ed erbe di campo che introducono al bel finale minerale di marca spiccatamente salina. Da abbinare a preparazioni a base di pesce d’acqua dolce.
• Il “T.N.99 Sonnrain” è un assemblaggio delle diverse varietà PIWI raccolte al meglio della maturazione e vinificate separatamente con parziale macerazione sulle bucce. Pieno e corposo, con la frutta matura in primo piano che si mescola alla rosa e ad un pizzico di noce moscata, ricorda neanche troppo lontanamente un gewurztraminer. A dispetto di aromaticità e concentrazione il Sonnrain è un vino di grande equilibrio con un’insospettabile versatilità a tavola, dalle minestre di verdura, ai formaggi freschi passando per un pesce in salsa e la carne speziata.
• Infine il “T.N. 76 Weissburgunder”, l’unico non PIWI (100% Pinot Bianco) è per paradosso il vero gioiello di famiglia. La tiratura è limitata ad un migliaio di bottiglie l’anno per i pochi fortunati. Un piccolo capolavoro di armonia.
Voto globale: 10. E aggiungo la lode per il tappo a vite sull’intera gamma. I vini invecchieranno alla grande senza la minaccia di una tappatura inefficiente.
A margine di tutto questo, l’indubbia qualità del lavoro di Thomas Niedermayr (suo malgrado) ci pone di fronte a questioni di primaria importanza che non si possono più ignorare. Si accende ancora una luce, ma stavolta è una sintomatica spia rossa.
I vitigni PIWI sono davvero il futuro e questo acronimo è davvero sinonimo di sostenibilità ambientale?
Se da una parte l’assenza o quasi di trattamenti consentirebbe di impiantare in prossimità degli insediamenti umani dove è più sentito il problema dell’effetto “deriva” dei trattamenti chimici, per contro il loro successo potrebbe suggerire l’impianto di nuovi vigneti dove la vite non c’è mai stata, mettendo in discussione il concetto stesso di “zona vocata”.
Va poi detto che ogni varietà presenta un differente livello di resistenza. Quanto tempo impiegheranno i nemici naturali a sviluppare le contromisure (per mutazione genetica) adeguandosi al nuovo ospite? Un giorno, un anno, un millennio?
Infine quale puo’ essere la ricaduta sui vitigni autoctoni storici, vera ricchezza ampelografica italica? Siamo pronti per il piwi-Barolo e per il piwi-Brunello (da incroci di dubbia qualità) in nome di una presunta sostenibilità?
Qualcosa si puo’ fare da subito anche senza sfera di cristallo: sottolineare la supremazia del territorio sul vitigno e scardinare il concetto di superiorità del “monovitigno”. Per tutto il resto urgono risposte precise affinché possa essere adottata, con altrettanta urgenza, una strategia che ci preservi a lungo termine.
Il presente è luminoso e si chiama Thomas Niedermayr, del doman non v’è certezza.
Ciò che potrebbe accadere secondo me è che i parassiti naturalmente si adatteranno. Gli altri rischi non mi allarmano più di tanto, ma la natura si adegua per selezione, appunto, naturale: sopravvivono coloro che si adattano alla nicchia ecologica. Quindi temo che sia una vittoria effimera.
Del domain non v’è certezza
@Silvio Rossi, 🙂 🙂 🙂
I vini di Thomas (TUTTI) non sono naturali,sono NATURALISSIMI. Ancora c’è molta differenza sui PIWI,e ciò è comprensibile poiché anche lì ci sta mettendo la zampona l’industria enoica. Ma quando i PIWI vengono fatti come li fa lui (e in Italia non è il solo) si può stare più che sereni.
@Andrea Savelli, spero che industria non significhi brevetto… A qualcuno potrebbe venire la grande idea di monopolizzare questi vitigni.
@Massimiliano Montes, spero che le associazioni PIWI regionali, assieme a PIWI international possano agire da garanti in una situazione legislativa che pare ancora abbastanza fluida.
@Nic Marsél, mi chiedo se i vitigni che tu hai recensito siano coperti da brevetto…
@Massimiliano Montes, colpevolmente non me lo sono nemmeno domandato. Come del resto non mi sono mai chiesto se il Weissburgunder sia brevettato 🙂 Evidentemente per arrivare ai risultati attuali gli istituti di ricerca avranno avuto bisogno di fondi ed è difficile che i finanziatori sponsorizzino senza avere nulla in cambio. Di certo (googlando) vedo che c’è una lista di PIWI più recenti di questi che sono brevettati da Vivavi Cooperativi di Rauscedo.
@Massimiliano Montes, precisiamo allora che la nostra non è pubblicità occulta 🙂 Ed essendo un fautore della libera circolazione delle conoscenze e delle scoperte scientifiche (scienceleaks) mi auguro che gli agricoltori regalino le marze dei vigneti PIWI 🙂
@Massimiliano Montes, diciamo che aggiungi un ulteriore punto di attenzione a quelli che ho enunciato nel post.
Grazie mille Nicola per l’articolo ed i tuoi complimenti! Mi fa davvero molto piacere!
Grazie anche della visione critica riguardante i vitigni PIWI.
Mia madrelingua è il tedesco ma cercherò di esprimere al meglio quello che penso.
Il meglio è il nemico del buono. Questo è un detto che ribadisce sempre mio padre.
Sì, penso che le varietà PIWI siano davvero una bellissima soluzione a molti problemi della agricoltura: dai pesticidi, al compattamento della terra, all’emissione CO2 e così via. Ci donano la possibilità di avere una biodiversità grandissima anche nel mezzo dei filari. Perfino a mangiare le patate e il farro che cresce tra le viti.
Infine l’uomo ha selezionato varietà da quando ha iniziato a lavorare il terreno. Solo così siamo arrivati alle varietà (anche autoctone) che abbiamo oggi e solo così saremo preparati alle sfide di adesso e del futuro.
Se ci ricordiamo (o riimpariamo) come nascono nuove specie e come riusciamo a selezionari quelli migliori in modo naturale manterremo anche la nostra autonomia e non finiremo a essere prigionieri della grande industria che ci rende dipendenti dei suoi pesticidi e patenti.
No, le nostre varietà: Solaris, Bronner, Souvignier gris, Muscaris ecc. non sono brevettati. (Arrivano da un istituto agrario finanziato da mezzi pubblici.) Altre cooperative (anche private) producono varietà nuove e molto spesso queste varietà sono brevettate, sì.
@Thomas Niedermayr, Grazie Thomas, del contributo e delle delucidazioni. La prossima volta avrei bisogno di un brevissimo ripasso sulle tecniche di impollinazione e selezione. Me l’avevi già fatto ma repetita iuvant 🙂
@Thomas Niedermayr, grazie per la tua presenza qui su gustodivino, e grazie per le informazioni. La mia paura è proprio che questa bellissima tecnica selettiva venga brevettata dall’industria. Forse bisognerebbe impedire per legge di poter brevettare le selezioni.
Condivido quello che dici e sono completamente d’accordo. Le opinioni di voi vignaioli sono importantissime, danno a noi, e a chi ci legge, quell’informazione in più che fa la differenza.