Tra tutti i miei assaggi di Nero d’Avola, quello per il quale ho perso letteralmente la testa, vive e vegeta nella zona di Pachino, terra antichissima, all’estremo sud della Sicilia in provincia di Siracusa.
Popolata fin dall’epoca preistorica, successivamente colonizzata da Fenici e Greci che la apprezzarono per la posizione strategica che domina sia la costa ionica sia quella mediterranea, ma soprattutto per sua la fertilità.
Gode di un clima mite ed estati molto calde, ed è per eccellenza una porzione di terra sicula vocata alla viticultura di gran pregio del Nero d’Avola, inoltre meta di grande interesse per i suoi siti archeologici e le affascinanti spiagge lambite da un mare azzurro e cristallino. Sposo in pieno il pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant: “Possiamo giudicare il cuore di un uomo dal modo in cui tratta gli animali.” E Pierpaolo Messina, titolare dell’azienda Marabino, non ne fa per nulla un segreto, adora palesemente i suoi cani e lo stesso amore e devozione riserva anche al suo Calauisi, cosi chiamato in pachinese il vitigno, oggi conosciuto da tutti con il nome di Nero d’Avola. Un vitigno nobile, dal quale si ottengono vini a volte un po’ spigolosi, altre invece di grande eleganza. Purtroppo negli anni, il Nero d’Avola è stato troppo spesso inflazionato o meglio “gigolòizzato” da alcuni produttori senza scrupolo e senza alcun senso di fierezza, al punto da essere sovente canzonato.
Pierpaolo Messina, in questa piccola porzione di terra sicula vocata alla viticoltura, governa, alleva, cura e vendemmia personalmente i 3,5 ha vitati a Nero d’Avola a sud-est della provincia di Siracusa. I vigneti sono posti in contrada Buonivini e Barone, nella zona Doc di Noto ed Eloro. Sono allevati con la scrupolosa coltura biodinamica, operata in perfetto equilibrio sinergico con la natura e le fasi lunari. I vitigni di proprietà di Pierpaolo si estendono su circa trenta ettari, quasi tutti di stampo autoctono.
Oltre al Nero d’Avola e l’antico Moscato bianco di Noto – conosciuto come Muscateddu Vranco con il quale vinifica l’eccellente “Moscato della Torre” nella versione dolce – ho saputo solo adesso, che da quest’estate, potremo assaggiare anche il “Muscatedda”, una tipologia secca che io attendo con ansia!
C’é un’eccezione, lo Chardonnay. Nonostante sia vitigno alloctono, lo chardonnay di Pierpaolo possiede alcuni cloni particolarmente adatti al clima di Pachino che donano al vino una spiccata impronta territoriale. A tal proposito vi suggerisco di assaggiare il suo “Eureka”.
Gli impianti utilizzati per la coltivazione dei bellissimi e verdeggianti filari sono la Spalliera e l’Alberello pachinese, che permettono una resa bassissima di grappoli strutturati, ricchi e concentrati, poiché si avvalgono ancora oggi di una tecnica antichissima, detta Impupata, che in dialetto siciliano significa “abbellita”. La tecnica dell’impupata è una conoscenza esclusiva ormai di pochissimi contadini pachinesi, Pierpaolo compreso, che si tramanda da padre in figlio.
E’ un abile pratica artigiana utilizzata al fine d’inibire la naturale dominanza apicale. Il tutto si svolge nell’arte della piegatura del tralcio cresciuto naturalmente in cima alla pianta, questa detta Mazzunatura (è una valida alternativa alla cimatura) e della successiva legatura del tralcio, che in dialetto pachinese si definisce Liato.
Con l’ausilio di una semplice canna che funge da tutore, i tralci di vite sviluppatisi in cima, sono piegati e legati con delle fasce alla base dell’alberello. Questa metodica tende a inibire la naturale dominanza apicale, la vite viene in pratica, dolcemente addomesticata e obbligata a proliferare solo pochi grappoli concentrati e succosi nella parte laterale e bassa della pianta. I grappoli svilupattisi saranno quasi a contatto con il suolo e trarranno tutto il beneficio del calore del sole che è stato incamerato nelle ore diurne poi rilasciato di notte. Secondo le accurate indicazioni del calendario biodinamico, la mazzunatura si esegue nei giorni successivi il 24 di giugno, momento dell’anno nel quale ricorre anche la festa di S. Giovanni, mai prima, per non incorrere in un’eccessiva produzione di “femminelle” (capo del germoglio che non produce uva).
La foggia finale della pianta di vite impupata, ricorda in tutto la baldanzosa aria di un vero pupo siciliano! Per via dei grappoli posti alla base della pianta, è necessaria una faticosa vendemmia che avviene rigorosamente a mano.
Potrei raccontarvi di Archimede filosofo, ma è risaputo da tutti ormai essere un grande fisico, matematico, ingegnere, scienziato greco siceliota, nato, vissuto e deceduto proprio a Siracusa. Invece più mi preme raccontarvi chi sia e com’è prodotto il vino, il portentoso Archimede riserva.
Proprio al grande Archimede Pierpaolo con orgoglio e fierezza si è ispirato, nel dare nome all’antica vigna ad alberello del Nero d’Avola esposta a sud a 30 m s.l.m. – si stima abbia un’età di oltre quarant’anni, un vero patriarca.
Il grande filosofo Archimede, ricorre anche per l’immagine in etichetta che lo mostra immerso in un’intensa riflessione. Il suolo su cui prolificano i succulenti acini del Nero d’Avola a Pachino è chiamato in dialetto pachinese terra “Palomina,” è un terreno prevalentemente calcare argilloso di tessitura fine. Il sole estivo investendo il suolo bianco, riverbera sulle uve, facilitando cosi una maturazione omogenea. Tutti i vigneti e il terreno sono trattati rigorosamente con metodo biodinamico, senza diserbanti nessun trattamento antiparassitario chimico e si limitano perfino i dosaggi di rame e zolfo. Le concimazioni si basano sulle pratiche della biodinamica, si esegue il sovescio di graminacee e leguminose. La fermentazione di Archimede riserva, è indotta dai soli lieviti indigeni in vasche d’acciaio, in seguito il vino, svolge la fermentazione malolattica e la maturazione in grandi botti di rovere da 60 hl per 12/14 mesi, con un successivo affinamento di 12 mesi svolti in bottiglia.
Con il suo colore rubino carico, il vino al calice è visibilmente opulento. Al naso è intenso e complesso, ciclonico. Come folate odorose, giungono generosi i sentori di viole e petali di rose, poi è frutta rossa quasi palpabile, soda. More, prugne, gelsi neri e ciliegia, tutta frutta matura e profumata. Briosi sentori balsamici di ginepro e pino. Le speziature eleganti si evincono distintamente e come vanitose mannequins, si rivelano con sentori di cannella e chiodi di garofano poi tabacco, liquerizia e cacao insieme a dolcissime e timide note vanigliate. Netta e ricorrente al mio naso solo per i Nero D’Avola che provengono da queste zone, l’inconfondibile indizio, il sentore ematico. Secco, caldo e avvolgente, il vino è un crescendo di sensazioni tattili che si destreggiano abilmente in bocca con tannini affabili e vitale acidità che fuse alla mineralità salmastra, invoglia nell’esigere un altro avido sorso. La Retrolfazione è in perfetta linea di coerenza con i sentori gusto-olfattivi percepiti. Il finale è avvincente. Virile e suadente si afferma decisa la sua persistenza. Autorevole in Archimede riserva anche il suo titolo alcolometrico che si amplia in 14,5vol. Meditate gente…
Archimede riserva è “Il Nero d’Avola”, per stirpe per tipicità e carattere. Mi riferisco in particolare all’annata 2007.
Saper fare il vino ritengo sia una vera e propria arte e in questo vino c’è tutta la sostanza della “sicilitudine”per usare un termine coniato da Leonardo Sciascia, che spero renda maggiormente l’idea di come la sostanza sia intesa come sinonimo di veracità sicula. Questo concetto mi riporta a un suo intimo pensiero:
“La Sostanza di quella nozione della Sicilia che è insieme luogo comune, idea corrente, e motivo di univoca e profonda ispirazione nella letteratura e nell’arte”
L. Sciascia.
Termino con il principio di Pierpaolo che mi piace tanto.
“Il nostro obiettivo è conservare la genuinità dei frutti della nostra terra, di creare un equilibrio lavorando con la natura, e rinunciare ai prodotti chimici per la protezione delle piante”.
La biodinamica mi ha fatto notare cose che avevo sotto gli occhi ma non intuivo!”
Società Agricola Marabino
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