I superlativi a volte si sprecano, ma non oggi. Questa bottiglia di Rosso dell’Etna di Calabretta toglie il fiato, almeno a chi piace un certo tipo di vino, austero, potente, intenso e avvolgente.
I primi vini rossi etnei capaci di affascinarmi e farmi innamorare furono, nella seconda metà degli anni ’90, proprio i rossi di Calabretta. All’epoca Massimiliano affiancava il papà Massimo, e il loro rosso 1999 è stato per me una rivelazione, insieme a un 1996 assaggiato in epoche successive.
Fino ad oggi nessun vino di Calabretta aveva generato in me sensazioni di piacevolezza e bontà superiori: fino ad oggi. Questo “La Contrada dei centenari” 2020 mi ha colpito e affondato.
Per dare un idea del tipo di vino diciamo che ha una struttura complessiva che ricorda un Barolo di elevata qualità. Ciò implica che coloro che non amano i Barolo, ma preferiscono vini più fruttati, probabilmente non se ne innamoreranno.
Il colore è quello del Nerello Mascalese etneo, rosso rubino chiaro tendente al granato, con l’unghia, ovvero la quota di vino più sottile vicino la parete del calice inclinato, trasparente.
Gli aromi di apertura, quelli che si percepiscono senza roteare il calice, richiamano la prugna, il mirtillo, il lampone, ma sono molto composti, quasi sottotono. La roteazione fa esprimere meglio note floreali di violetta e ciclamino, insieme a sottili sensazioni di pietra focaia tipiche delle uve vulcaniche, probabilmente dovute al pulviscolo di sabbia lavica che inevitabilmente ricopre gli acini.
Al palato è potente ed elegante, con sensazioni tanniche astringenti di media intensità e una consistenza discreta. La retrolfazione è complessa, austera, non fruttata nonostante si percepiscono chiaramente gli aromi fruttati e floreali, accompagnati da una tenue sensazione fumé.
E’ intrigante, stupisce. Guardi il calice per capire cosa hai appena bevuto e vuoi riprovare. Il secondo sorso amplia l’immagine gustativa, con note di ginestra e fiori di campo, insieme al mirtillo, alla violetta e al ciclamino. La persistenza è lunga ed elegante, precisa, senza sbavature.
Mi ricorda la descrizione che Angelo Gaja fa del nebbiolo, assimilandolo a un Marcello Mastroianni apparentemente serio, che si apre con discrezione a un’ironia garbata e intelligente, a differenza del Cabernet Sauvignon da lui identificato con un John Wayne spaccone che racconta grasse barzellette.
La Contrada dei centenari 2020 di Massimiliano Calabretta è un grande vino, non ho timore a dirlo. Ha struttura, complessità, finezza gustolfattiva pari ai grandi rossi blasonati, se non di più.
Aspetto di assaggiarlo negli anni a venire per capire la sua evoluzione. Intanto spero di godermi qualche altra bottiglia per provare a comprendere meglio la sua personalità (mi sacrifico per la conoscenza).
Le uve provengono da un vigneto di 0.3 ettari a 650 metri sul livello del mare, sul versante nord dell’Etna, non fertilizzato né concimato, impiantato con 6250 piante per ettaro ad alberello etneo di età media di 100 anni, che rende circa 15 ettolitri per ettaro. Subisce due o tre trattamenti per stagione con zolfo e piccole quantità di rame. Dopo diraspapigiatura la fermentazione si innesca spontaneamente e il mosto-vino macera con le bucce per 5 giorni in vasche di acciaio inox da 10 ettolitri. Successivamente viene trasferito in barrique usate di terzo o quarto passaggio per 10 mesi. All’imbottigliamento ha 40 mg/l di solforosa totale. Mediamente Massimiliano produce 500 bottiglie all’anno di questo nettare.

