Il sole nel calice: la malvasia di Paola Lantieri, il racconto di un’emozione

E’ accaduto un fatto, o meglio una sensazione. Per caso, inaspettata. Ho in mano un calice, contiene un vino colore topazio, brillante come i raggi del sole. Devo esprimere un mio personale giudizio. Non so nulla, è una degustazione alla cieca. Capisco subito che si tratta di un passito poi nient’altro.

Assaggio e… immediatamente penso al famoso nettare degli dei. Come fosse un immediato rewind, ricarico la mia attenzione e accosto nuovamente il calice al naso. Cio che ho davanti agli occhi è di un posto incantato, paradisiaco. Chiudo gli occhi all’assaggio per catturare al meglio senza distrazioni l’immagine magnifica che nella mia mente lentamente prende nitida forma nella mia mente, attraverso i sentori che questo vino possiede. Ho come la sensazione di trovarmi su di una verdeggiante collinetta soleggiata, dove spira un venticello caldo e secco. Il suo
tocco è affine al velluto. E’uno di quei venticelli, malandrini che anima delicatamente le alte fronde degli alberi invogliandoli con brio nell’inconfondibile canto, il fruscio. La brezza ha in se i profumi tipici della macchia mediterranea. Subito avverto distintamente un pout pourri di zagara, ginestra, mirto e rosmarino, mescolati con una tenue essenza di iodio propria del mare.

E’ di un mare in tumulto che infrange le sue onde su scogliere rocciose, che con un rombo sordo richiama gabbiani frenetici e strillanti. Le folate si susseguono vorticose esprimendosi in sibili leggeri. Ho un solletico al naso, forse… un soffione mi è passato vicino appesantito dall’aroma del gelso bianco, maturo? O è la scia opulenta di frutti misti? Che delicata confusione… Dapprima sembrano volersi manifestare in passolina, l’uva secca è decisa, poi fichi e albicocche. Quasi odo le api ronzanti e il frinire delle cicale. Adesso c’è miele poi pesca datteri e… cipolla…? No. No, non capisco subito…cerco di captare, è un odore che somiglia a…anzi, è zolfo, ardito, ma non molesto, solo un poco impacciato. Quest’odore mi confonde, assaggio ancora il vino. Ora in bocca è dolcezza sconfinata, ampia e mielosa, morbida come un caldo rassicurante abbraccio simile a un rifugio di tenerezza, mi assale un ricordo ancestrale di un abbraccio d’impeto ricevuto in un tempo lontano.

Un altro sorso stavolta copioso, il dolce cede il passo all’acidulo e all’agro che s’impone con garbata austerità che ricorda verosimilmente la seriosa saggezza. Smetto, ma il vino invoglia un altro sorso e assaggio ancora. Adesso lascia una strana piega in bocca, è una vaga melanconia. Il vino adesso racconta di un posto remoto, dove ha inizio la sua storia. Era vite rigogliosa, sua madre,
Malvasia, era allevata su di una distesa sabbiosa, una piccola lingua di terra, che scende a punta incuneandosi al mare, da dove sembra si possa dominare tutta l’acqua salmastra e le sue creature. In fondo quasi all’orizzonte si scorgono sagome simili a gobbe, sono frammenti di terre emerse, che fanno capolino dalle profondità marine. In estate il caldo afoso spinge la vite a stendere le sue radici che per placare l’arsura, arrancano faticosamente tra rocche nere, dure e ostili, alla forsennata ricerca di una sola goccia d’ acqua che non c’è. Accondiscende inerme alla razzia di conigli e uccelli, voraci dei suoi chicchi dolci e dorati, poi al contadino che mutila impietoso rami e grappoli ancora immaturi nel tentativo di addomesticarla. Finalmente, il sole si rassegna al suo declino e scende la notte. Il cielo buio si arricchisce di stelle iridescenti.

Adesso è silenzio intorno… Avvolgente e umida la notte è pronta a dissetarla, solo di rado piove, ma giunge presto la fresca brezza marina che benevola le scrolla le gocce di brina dalle foglie asciugandola, facendole tirare un sospiro di sollievo. I grilli notturni intenti ad amoreggiare, fendono il silenzio con il loro suono acuto, complice è la luna, che rischiara tutt’intorno e il mare cupo d’innanzi, diviene una magnifica distesa argentea e pulsante. La quiete cessa presto, e il mattino caldo e tinto di rosa arriva nuovamente puntuale. Scorrono i giorni, e nel vigneto ora c’è una stana agitazione, gente con strane dita taglienti, compiono il doloroso distacco dei grappoli. Qualcuno sensibile al loro penare, intona suadenti e antichi canti. Le voci intorno sono concitate con impellenza c’è ansia nell’aria, una strana elettricità. Oggi, è giorno di vendemmia. Come un tappeto regale intessuto d’oro puro, altri grappoli sono già stesi al sole, il caldo è torrido, mosche e api ingorde gli ronzano intorno, sopra steso, c’è un robusto telo a proteggerli, i grappoli sono al sicuro, ma gli insetti non demordono continuando un’incessante scorribanda.

I giorni scorrono lenti e infuocati sembrano quasi infiniti. Poi, lentamente giunge la resa degli acini, che mette fine a quel lento patire, appassiti e incupiti i chicchi concentrati di zucchero e imbruniti sono pronti per essere accatastati in cassette. E’ l’inizio del sacrificio. Si dovrà compiere un lungo tragitto per arrivare in cantina, lì l’aria è fresca il sole non filtra e ad attendere i grappoli ci sono uomini, donne e bambini euforici. Come in una mattanza, gettati in torchi, si abbandonano totalmente alla spremitura. Quel che resta dei chicchi appassiti, è lo sgorgare di un succo denso è copioso lento come un inconsolabile pianto. Più impazienti di tutti, sono loro adesso, i lieviti, strane creature voraci invisibili, che si staccano dalle fredde pareti della cantina, numerosi come un esercito sanguinario, attaccano senza sosta i grappoli appassiti, diventando un tutt’ uno con il succo. Famelici di zucchero, fino a morirne. Collaborano tra loro abilmente, l’attività è sapiente, lesti i rimestii come per il compimento di una pozione magica. Stremati, i chicchi cedono oramai involontariamente all’attacco. Uno strano sonoro vigore che istiga con barbara potenza, l’insorgere di un tumulto, è tutto un fermento. Azione rapida e in crescendo, che abilmente concentra e manteca le stagioni con tutto il loro profumo e sapore di fiori, frutti e foglie. Amalgama l’erba primaverile, al mare in tempesta, fonde i quieti tramonti autunnali, mescola la pungente pioggia invernale al sole cocente dell’ estate insieme al vento indulgente. Mischia terra arida a sabbia infuocata, sviluppando un’unica essenza liquida che infine agogna solo al raggiungimento di un meritato riposo. E’ in vita d’adesso colui che tutti noi chiamano vino.

Viene rimosso il velluto nero che copre l’esile bottiglia:
“E’ la Malvasia delle Lipari”, prodotta da Paola Lantieri a Vulcano.

Vulcano? Non è possibile penso. Mi torna in mente quella volta che andai… L’impressione avuta appena scesa dal traghetto è di un paesaggio surreale, soprannaturale. Immediatamente vorrei fare dietrofront e tornarmene al più presto a casa. Invece siamo stati invitati da un gruppo di amici che festosi vengono a prenderci all’ attracco del traghetto. Continuo a guardarmi intorno quasi intimorita e ciò che vedo è una distesa  arida e giallognola color ocra. Più in là una grande spiaggia nera e inospitale, riverberi tremolanti sul suo orizzonte mi appare come una distesa d’asfalto rovente. Come fosse nociva, la spiaggia, scivola in mare, di un inconsueto colore bigio cupo e impenetrabile. Per nulla rassicuranti, turbolenti bollori segnano in modo sinistro la superficie dell’acqua salmastra Non c’è l’ombra di forma di vegetativa, neppure spontanea intorno. Più in là, una pozza fangosa emana effluì insopportabili. Guardo mio marito dritto negli occhi e gli chiedo quasi fosse un violento ruggito: dove ci hai portati! E lui, un po imbarazzato:“Vulcano è un’isola bellissima, sono sicuro vi piacerà”. Si sbagliava, non mi è mai piaciuta, questa strana isola. Alzo gli occhi al cielo implorando un Qualcuno che mi dia la forza di resistere dal non scappare subito, guardo mia figlia che allora aveva solo tre anni, è allegra e spero con tutto il cuore che quest’isola non faccia lo stesso effetto anche a lei. Con il passare del tempo, ho provato a tornarci ma tutte le volte, quasi a sentirmi soffocare sono fuggita a gambe levate. Forse sono io a non piacere a Vulcano mi sono detta. Cosi con questa buona scusante abbiamo smesso di tornarci.

Ma come tutte le cose che lasciano un segno indelebile nel profondo del nostro io, per fortuna o nostro malgrado, a volte prepotentemente ritornano, facendoci capitolare e tornare mestamente sui nostri passi.
N’è prova l’abbaglio preso per l’aver creduto basandomi solo da ciò che ho guardato senza aver visto, che Vulcano fosse solo un’isola inospitale e arida. Dopo l’assaggio del suo vino, tutto cambia, in me cresce la curiosità di conoscere di capire meglio, cosi faccio di tutto per conoscere Paola, riuscendoci. Devo sapere, farmi raccontare da lei cosa sia l’assurda contraddizione che avvolge quest’isola. Il mio guardare senza vedere, giunge finalmente al capolinea. La incontro Paola, mi racconta della sua vigna, della rigogliosa “ contrada Celso”e di “Punta dell’Ufala” dello spicchio di terra che s’incunea a picco sul mare, dove è ubicata la sua vigna. Mentre lo fa i suoi occhi azzurri luccicano come il mare incontaminato delle Eolie.

Punta dell'Ufala

Punta dell’Ufala

 

paola_lantieri

Paola Lantieri

Mi racconta di come finalmente dopo tanto rincorrerla sia entrata in possesso della grande casa rosa avvolta da piccoli e variopinti gerani dalle foglie profumate, di come un tempo, la casa, fosse adibita per la maggior parte a rimessa per le attrezzature agricole. Mi racconta della sua determinazione che porta a bordo del traghetto che trasporta le sue uve fino a Salina, è lì che si trova l’ unica cantina più vicina, disposta ad  accoglierla cosi da permetterle di vinificare la sua Malvasia. Le chiedo cosa l’abbia spinta a impiantare la vigna, in un posto cosi remoto, se fosse animata da una particolare passione o dote. Lei, crede di essere carburata dalla dinamicità e dall’energia che percepisce a Punta dell’Ufala. Un qualcosa d’inspiegabile quasi magico. Poi quasi con pudore ammette di essere quasi astemia. Io sorrido, e rifletto sulle sue parole, “astemia” penso, che per me che sono una sommelier, questa dichiarazione è un’onta gravissima, ma che riesco tranquillamente a perdonare. Paola gratifica i miei sensi con il suo vino. Pur non essendo un’estimatrice del nettare di Bacco e non conoscendo neppure minimamente rudimenti agricoli, Paola Lantieri, è riuscita a produrre uno tra i migliori vini passiti a mondo e in modo del tutto naturale, grazie all’ esperienza dei  contadini del posto e ai consigli di un caro amico, Giovanni Scarfone titolare dell’azienda Bonavita . Paola, conoscendola, esprime delicatezza garbo e gentilezza non comuni, ma quello che maggiormente avverto è, il suo essere, una donna audace, intelligente e caparbia come la sua turbolenta Vulcano.

 

Punta dell’Ufala
Azienda Agricola di Paola Lantieri
Contrada Gelso Vulcano – 98050 Lipari (ME)
Tel. +39 336 712905
email: p.lant@neomedia.it

 

 

2 thoughts on “Il sole nel calice: la malvasia di Paola Lantieri, il racconto di un’emozione

  1. Marcello Gioia

    Cara Paola complimenti per la tua sagacia ed abilità e per la passione per quei luoghi.Anche io non ho mai amata Vulcano forse per la troppa mondanità estiva così come non amo luoghi simili in estate come Capri o Taormina.Questi luoghi sonio magici sopratutto quando non sono soffocati da troppa umanità.
    Un Bacione

    Reply
    1. Paola Lantieri

      @Marcello Gioia, Vulcano probabilmente la ricordi ai suoi tempi d’oro, quando si incontravano i vip in piazzetta… adesso e’ molto piu’ nazionalpopolare, ma credimi la mia zona, Gelso, e’ davvero un posto magico e quasi totalmente incontaminato e solitario. E il vino di un posto amato diventa davvero qualcosa di diverso da un vino qualunque…

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