Il vino naturale perfetto che nasce da un progetto, e non dal caso. Il vino di Rori non è il frutto di un avventura al grido di “proviamoci!” e quello che viene viene, tanto è naturale.
No, Rori sapeva benissimo prima di iniziare a fare vino cosa è un vino naturale, ha deciso tutto l’impianto aziendale in funzione dell’idea di fare un vino naturale con precise caratteristiche, senza compromessi al ribasso, di elevata qualità.
Le schede tecniche dei suoi vini (le potete trovare sul sito Velier di Triple A) sono impressionanti e fanno pensare: i suoi vini hanno da 4 a 8 mg/l di solforosa totale, praticamente niente, tutti da fermentazione spontanea, tutti da vigne vecchie di almeno 50 anni, l’etichetta imbottigliata come “Alberello” da vigne centenarie.
Organoletticamente perfetti, senza “difetti” che qualcuno malignamente ama addebitare alla naturalità produttiva. E tutto così sin dal 2013, primo anno di produzione. Rori Parasiliti non è arrivato a tentoni a questa elevata qualità finale, l’ha pianificata accuratamente e ricercata con dedizione.
Tra i suoi vini quello che ha scoccato la freccia di Cupido verso il mio cuore è sicuramente l’Alberello, nettare prodotto in sole 1.800 bottiglie da vigne centenarie in contrada Crasà.
A primo acchito ricorda quei pinot noir di Borgogna di altri tempi, dagli amanti parkerizzati di vini grassocci accusati di essere troppo esili, oppure una vecchia Chiavennasca di Ar.Pe.Pe.
Rosso rubino tendente al granato, dalle amabili trasparenze, rivela la sua aristocrazia già alla vista.
Vorrei descrivervi il naso e le impressioni gustative, prima però vi dico qual è l’impressione complessiva che trasmette.
Dopo averne sorseggiato un paio di calici ci si rende conto di una profonda e poliedrica armonia che non emerge immediatamente. Ci sono vini, benvoluti dagli amanti parkerizzati di vini grassocci, che già al primo sorso ti urlano tutta la loro vita, le loro belle esperienze, le giornate al luna park tra zucchero filato e caramelle candite, le abbuffate di finti hamburger al ketchup, la caccia alle donne, le partite di calcio con birra e rutto libero. Sono i vari bordolesi che finiscono in aia ed ello e tutti i milioni di emuli in giro per il mondo.
E poi c’è l’Alberello di Rori. Mai rumoroso, aspetta di presentarsi prima di raccontarti di se, ironico, intelligente e raffinato. Capace di trasmetterti emozioni crescenti sorso dopo sorso, su tua richiesta. Ogni sorso genera sensazioni sempre più complesse e piacevoli e ti chiede, senza importelo, di bere ancora, per poterti raccontare qualcos’altro. Terminare la bottiglia è un po’ come terminare un libro che ci è piaciuto e che abbiamo letto con voracità crescente, lascia un sottile senso di vuoto.
Al naso si rivela accuratamente e finemente complesso, con sentori di fiore di sambuco, di viola che ricorda i bei nebbioli, note di rabarbaro, vaghi ricordi di zenzero, erbe aromatiche, torba. L’aroma di polpa di piccoli frutti rossi, come le amarene mature e il mirtillo, è composto e non prevalente. La roteazione del calice lascia gradatamente emergere un profumo che ricorda quello di una passeggiata tra boschi, umidi e irti, di pino montano. Si sente la freschezza della rugiada al mattino, la nebbiolina fredda dei boschetti verdi sulle pendici dell’Etna ad alta quota.
La retrolfazione è meno minerale di quello che ci si aspetterebbe, pur rimanendo austera, con le caratteristiche note di cappero del Nerello Mascalese etneo celate dietro lo spettro aromatico di apertura. L’insieme è aristocratico ed elegante, con una lunga e raffinata persistenza aromatica.
Il Rivaggi, dall’omonima contrada etnea, etichetta con un 20% di Grenache, strizza l’occhio con bonaria indulgenza verso opulenze tipiche di altri lidi. E’ più giocoso e diretto, con un frutto più evidente e una beva che si concede immediatamente, senza trastulli intellettuali.
Rosso rubino più cupo, riesce a modulare moderate e fruttose rotondità aromatiche fondendole abilmente con l’eleganza tipica del Nerello etneo. Al palato è ampio, di buona consistenza, con una retrolfazione intensa e persistente. Riesce ad attirare palati e bevitori più caciaroni.
L’SRC Etna rosso, il vino base aziendale, proviene da uve non selezionate da contrada Calderara e Crasà, comunque da vigne di almeno 50 anni, prevalentemente di Nerello Mascalese più altri autoctoni. Rosso rubino, con una componente aromatica fruttata prevalente, di marasca, giuggiole, litchi, ed una retrolfazione minerale e strutturata.
Il rosato, assemblaggio di uve rosse e bianche da contrada Crasà e Calderara, sembra avere il carattere di un rosso, con discreta potenza e struttura ed una componente alcolica ben percepibile. Piange forse lo scotto di provenire da viti con una resa meno bassa dei fratelli maggiori, rimanendo comunque in vetta tra i rosati italiani.
Uno splendido bianco da uve Carricante è in arrivo dal prossimo anno, ancora nei fusti in acciaio, pronto per l’imbottigliamento.
Tutti i vini SRC sono fermentati ed affinati in fusti di acciaio, vasche in cemento e botti grandi.
Si potrebbe dire che da vigne come quelle di Rori è difficile non fare un buon vino, ci si deve veramente mettere d’impegno. Tutti i vigneti sono bellissimi e ben curati, ma quelli centenari da cui trae l’Alberello sono impressionanti. Tronchi che disegnano volute contorte e rugose richiamando alla memoria l’architettura naturalista di Antoni Gaudì: l’uomo non deve inventare nulla, la natura ci ha già dato tutto.
L’intraprendenza imprenditoriale di Rori Parasiliti va di pari passo con il suo amore per l’Etna, e le prospettive aziendali, in termini di nuovi terreni e nuove vigne, lo dimostrano, con stupefacenti e bellissimi appezzamenti fino a mille metri di quota.
SRC Vini
Contrada Calderara, SN
95036 Randazzo (CT)
+39 349 7135539
az.crasa@gmail.com
https://www.srcvini.it

































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