Alle prese con un verde Kurni

Il semaforo scatta ed io mi blocco. Dietro strombazzano e a ragione ma sono ipnotizzato dal colore-granita-alla-menta che mi è esploso nel cervello come una bolla di memoria infantile. Verde è libertà, è andare, verde è un’autostrada, verde è OK! Ed io me ne sto fermo come un paracarro. MUOVITI STRONZO!!!

Verde è prato, alberi, salute, natura, ecologia, biologico, pulizia, la benzina che spinge la mia automobile, cassonetti della monnezza, rame sui grappoli e vino naturale là, alla fiera dove sarei diretto. Ma se non mi sposto da quest’incrocio sarà verde farmacia o peggio verde sala operatoria e non voglio giocare d’azzardo sul tappeto della mia verde età.

Penso che in caso d’incidente avrei comunque la mia carta verde e un bel numero verde per il carro attrezzi … ma meglio scansarsi. La bagnarola riparte mentre la fantasia galoppa: verde è freddo, è destino, fortuna, speranza. Ma anche draghi, serpenti, marziani, nausea, malessere, zizzania, ira. Ma che razza di colore ambiguo e traditore! Verde è la Milonga dell’avvocato che mi accompagna al parcheggio.

Ed eccomi già al cospetto di madonna Eleonora di Oasi degli Angeli. Assaggio la nuova annata del loro KURNI: una meraviglia. Riassaggio tra superlativi che si sprecano ma c’è qualcosa che non riesco a definire e che pure mi gira in testa.

Resto impalato un’eternità sopra il bicchiere finché non plana tra noi il paggetto Marco Locatelli direttamente dal Paradiso della Pizza urlandomi entusiasta: “hai sentito com’è irresistibilmente VERDE?” Booooom! Mannaggia, ha ragione! Quasi ci resto secco per la coincidenza. Ma questo è niente in confronto alla sorpresa dell’indomani. Scarico le foto e non posso credere ai miei occhi. Tra centinaia di scatti ed altrettante bottiglie e bicchieri, giuro nessun ritocco, c’è UN solo liquido invariabilmente VERDE per gli occhi di tutti: il KURNI 2012. Se non fossi costantemente al verde è quello che berrei sempre. Ma verde non era il colore dei soldi? Ah, che rebus!

 

 

Azienda agricola Oasi degli Angeli
c.da S. Egidio, 50
63012 Cupra Marittima (AP)
info@kurni.it
http://www.kurni.it

 

 

8 thoughts on “Alle prese con un verde Kurni

    1. Nic Marsél

      @Mario Crosta, ancora una volta colpito e affondato 🙂 Quel posto lo conosco bene avendoci tenuto addirittura (indegno) una degustazione. Di sicuro anche la sera dell’evento raccontato da Ziliani mi trovavo nei paraggi, ahimè ignaro, ahimè vicinissimo. Devo dire che le vecchie annate del Kurni non le ho mai assaggiate. Questo vino è per me una novità degli ultimi anni ed è forse per questo che mi intriga. Il 2012 non è muscolare come leggo essere stati i suoi predecessori. Non ha l’eleganza di una ballerina ma si beve bene e come. Il legno nuovo c’è ma (al contrario di Montes) in questo caso mi piace, la morbidezza quasi abboccata non mi disturba affatto. L’austerità e la finezza del Nebbiolo te la scordi ma il bello è proprio che gioca un campionato parallelo. E alla fine dei conti possiede un suo equilibrio, un suo perchè. Per fortuna non esiste UN SOLO VINO. Sai che noia altrimenti. Ogni terra da il suo frutto ed ogni vignaiolo ha la sua mano e il suo stile. Che paura l’omologazione. Tutti a fare a gara, a dare voti e a far classifiche. Io bevo quello che mi piace. Qui ci ho trovato una nota di mirto che mi ha ricordato vagamente certi cannonau nel bottiglione tracannati con i contadini dell’Alta Marmilla. Che poi con la Grenache Casolanetti ci fa il Kupra, tutta un’altra musica rispetto al Kurni. Solo che vini così costosi non me li voglio proprio permettere e mi fa specie anche solo a parlarne bene. Alla fine il Kurni mi piace ed è buono al di là delle polemiche che scatena, e se fosse un vino sfuso, al prezzo dello sfuso, ne avrei sempre due damigiane in cantina. Solo che poi sai che noia 🙂

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      1. Mario Crosta

        @Nic Marsél, ecco. Grazie. Sul Kurni 2000, un vino allora osannato, modaiolo e tutto sommato poco accessibile, ti ho sottoposto quel bel pezzo scritto da una persona competente e non da un nick anonimo prevenuto come quello che qui aveva massacrato il Renosu bianco tempo fa (a me gli anonimi stanno sulle palle, non sono come Massimiliano che riesce a sopportarli con tutto quel bromuro che riceve però a colazione…) per un motivo molto semplice: molti vini del 2000, soprattutto meridionali, Librandi compreso, ma anche Sagrantini e Brunelli di Montalcino, non mi erano affatto piaciuti, non si aprivano mai, non riuscivo a berli e nemmeno ad abbinarli a nulla. L’ho scritto anche all’amico che me li portava dall’Italia. Sovraestratti, carichi come bombardieri americani, concentrati al limite della liquidità, dai colori neri impenetrabili e dai sapori forti ma piatti, non complessi e piacevoli come nelle altre annate. Era normale usare dei giudizi “tranchant” per un 2000. La 2001 del Kurni, infatti, era già diametralmente opposta, per esempio anche nei giudizi di un altro esperto, Fabio Cimmino (“ho riassaggiato per l’ennesima volta il Kurni di Oasi degli Angeli. Questo 2001 mi ha finalmente, dopo gli altalenanti assaggi delle vendemmie precedenti, convinto. Peccato che il numero di bottiglie in circolazione continua ad essere limitato e che, per questo motivo, il vino sia difficile da reperire ed oggetto di speculazioni”). Ovvero com’è diversa la valutazione di un vino da un anno all’altro, quando non c’è una forzatura chimico-fisica dell’enologo: dalle stalle alle stelle, addirittura. Più i vini sono naturali e più si possono avere valutazioni opposte per un vino dello stesso produttore: questo è quello che succede spesso nelle discussioni qui sul blog, ma non solo. Un vino rosso normalmente buono, decente, dignitoso, piacevole, senza troppe correzioni non riesce a superare tragedie come l’estate torrida del 2000 o nubifragi in continuazione come nel 2002. Chi ne beve riuscirà a superare la diffidenza, la prima opinione, nelle annate successive? Non si crea un pregiudizio che impedisce a volte una successiva valutazione diversa, opposta? I giudizi sul vino sono soggettivi, non hanno oggettività: ciò che piace a te non è detto che piaccia anche a me. E tutto ciò che va di moda io lo guardo con un sospetto maggiore, cosa che capitava allora al Kurni. La soggettività gioca un ruolo fondamentale, secondo me, in ciò che scriviamo sul vino che beviamo. Grazie al tuo pezzo e a questa lampadina che mi ha acceso in crapa, ora posso riassaggiare anch’io, grazie a te, il Kurni di Oasi degli Angeli, un vino che finora avevo relegato in coda a molti altri. Dopo i Cannonau dalle taniche della Romangia, ovviamente…

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        1. Massimiliano Montes

          @Mario Crosta, gli anonimi su internet non esistono 😉 L’anonimato è un illusione degli stupidi. Ogni connessione è rintracciabile. Anche i furbi che credono di mascherarsi con proxy server possono essere rintracciati.
          Il commento in anonimato è tollerato finché non offensivo, perché può provenire da persone che per status lavorativo o sociale non vogliono fare sapere che assumono una determinata posizione. Te l’immagini un dipendente o un direttore commerciale di Banfi che afferma pubblicamente che il suo prodotto non gli piace e preferisce bere Biondi Santi o Soldera? Quindi in questi casi, che spesso riconosco, lascio fare.
          Altra cosa i commenti offensivi, che infatti in occasione di Dettori ho ampiamente censurato.
          Ricorda che io ho strumenti per cui posso sapere tutto di chi si connette a gustodivino, sia mediante metodi ortodossi che, diciamo, meno ortodossi.
          Molte volte i presunti anonimi non sono tali: spesso chi si firma per esempio col solo nome, inserisce nel form del commento la propria email riconoscibile. Così abbiamo che Francesco è una volta Francesco Spadafora (produttore), un’altra volta Francesco Colletti (winelover e nostro seguace), un’altra volta ancora Franco Li Muli (altro winelover siciliano). Tutte persone che conosco.
          Dovrebbero piuttosto specificare i cognomi o usare un nick univoco (come fa Nic Marsel per intenderci) così da non generare confusione. Comunque non sono anonimi, i veri anonimi sono molto molto pochi.
          @Nic, legno nuovo=nausea (per me almeno 🙂 )

        2. Mario Crosta

          @Massimiliano Montes, a me comunque stanno sulle palle tutti quelli che a firma del commento non ci mettono anche la faccia: se non possono parlare male di qualcuno stiano semplicemente zitti. E’ troppo comodo parlare male degli altri e fare cecchinaggio, a volte lo fanno appunto i concorrenti sleali, dei quali il blog da cui tu sai che me ne sono andato è pieno zeppo.
          Per il legno nuovo, in Francia e in Spagna lo sanno usare talmente bene che ti accorgi soltanto dei pregi del vino e non dei difetti del legno. In Italia sono troppi quelli che non lo sanno usare ma hanno cominciato a usarlo per via della moda: la mamma dei pagliacci è sempre incinta. Pochi lo sanno usare ed è giusto che delle menti sane con palato sano ne parlino, lo dicano apertamente, lo scrivano sui blog. Poi si può concordare o non concordare nei giudizi sui singoli vini, ma questo è un altro discorso.
          L’articolo di Cereda è stato illuminante, per me che ricordavo quella brutta esperienza con quel sasso dei diavoli del 2000 e ho capito che si può concedere sempre almeno una prova d’appello. I produttori hanno bisogno di pareri sinceri, non di attacchi pregiudiziali né di leccapiedi. Grazie ancora, dunque, a Nic Marsél

        3. Massimiliano Montes

          @Mario Crosta, infatti ho detto “è tollerato finché non offensivo”. Un’opinione legittima è esprimibile anche con un nickname.
          A volte ho più difficoltà a gestire persone aggressive e violente, se non addirittura mascalzoni, o semplicemente maleducate, anche se ci mettono nome e faccia… Dovrei bannarli (e non è detto che in futuro non mi decida a bannare tutti i maleducati che intervengono seppur con nome e fotina).
          Preferisco di gran lunga un commento elegante ed educato ma anonimo, ti assicuro.

        4. Massimiliano Montes

          @Mario Crosta, cos’è Pierogarnia in via Walowa, traversa di via Swietojerska? Ovviamente a Varsavia. Vicino c’è il ristorante Surya.

  1. Mario Crosta

    In ulica Walowa a Warszawa non ci sono pierogarnie (tavole calde di cucina casalinga polacca), ma soltanto un piccolo chiosco di generi alimentari. L’unico posto nei pressi dove si può mangiare qualcosa sono due ristoranti italiani. Uno è Prima Pizza, a 100 dentro la via, verso le rotaie del tram, dalla parte della scuola di musica, in ulica Generała Władysława Andersa, tel. +48.22.6351111 o cellulare +48.516.197914. L’altro è Casa Italia in ulica Swietojersa 5/7 (tel. +48.22.8600250). Il ristorante Surya di Sławomir Bubicz, il primo del suo genere in Polonia (cucina indiana Hatha-Jogi e vegetariana), ha chiuso.

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