I vini naturali di James Suckling: i migliori del XX secolo

Vi ricordate il “Millenium bug” quella grande frode commerciale, una delle tante degli ultimi lustri, che imperversò come l’influenza spagnola in giro per il globo?

Eravamo a fine millennio, un capodanno epocale. Tra ancestrali timori di fine del mondo ed entusiamo positivista per il nuovo in arrivo, fioriva la moda delle cose da non dimenticare e del “cosa ci porteremo nel nuovo millennio”.

Fabio Fazio e Claudio Baglioni imperversavano anche loro sulla TV nazionale, con una leziosa trasmissione che toccava le corde dei nostri ricordi d’infanzia, sospesi tra il capitano James Kirk, Mork e Mindy e Furia cavallo del West.

Anche James Suckling rimase vittima di questo stato di commozione generalizzata, e scrisse un pezzo per Wine Spectator: Wines of the Century.
In Wines of the Century, James indicava quelli che secondo lui erano i dodici grandi vini del XX secolo, i vini da non dimenticare.

Il suo personale elenco era questo: Chateau Margaux 1900, Chateau Mouton Rothschild 1945, Chateau Petrus 1961, Penfolds Grange Hermitage 1955, Chateau Cheval Blanc 1947, Domaine de la Romanée-Conti Romanèe-Conti 1937, Chateau d’Yquem 1921, Quinta do Naval Vintage Port Nacional 1931, Inglenook Cabernet Sauvignon Napa Valley 1941, Paul Jaboulet Ainè Hermitage La Chapelle 1961, Heitz Cabernet Napa Valley Martha’s Vineyard 1974, Brunello Riserva Biondi Santi 1955.

Le cose che vengono i mente scorrendo i nomi dei vini, a parte un’evidente sindrome narcisistica e di ostentazione da parte di Suckling, sono varie: una sana invidia per chi ha bevuto tutti questi capolavori, l’assenza di famose etichette moderne (supertuscans in testa), l’assenza di storici vini italiani come il Barolo, la presenza del Cabernet Napa Valley Martha’s Vineyard 1974 di Heitz (forse non all’altezza degli altri), la presenza del Brunello di Montalcino Riserva Biondi Santi 1955.

Lo stesso Suckling precisa che senza quella Riserva del 1955 di Biondi Santi, l’Italia nel suo elenco non esisterebbe.

La cosa che a mio parere merita di essere segnalata, invece, è che tutti i vini indicati dal buon James (eccetto il famigerato Martha’s Vineyard 1974 di Heitz) sono vini prodotti da fermentazione spontanea, senza l’uso dei moderni prodotti enotecnici.

La prassi vuole, e la legge consente, nei vini moderni l’utilizzo di decine di additivi e coadiuvanti che hanno lo scopo di aggiustare il profilo chimico-fisico ed organolettico.

Complice anche un’agricoltura di massa e industrializzata, la raccolta meccanica dell’uva, e una produzione enoica seriale da catena di montaggio, sembra che non sia più possibile fare un vino senza lieviti selezionati, enzimi beta-glucosidasici, tannini ed aromi aggiunti, deacidificazioni, gomma arabica, stabilizzanti e amenità varie.

Questa patologia non tocca solo i vini da supermercato ma anche i nomi blasonati, con ingredienti e manipolazioni di cantina sempre più sofisticate e costose.

Eppure Suckling, noto difensore dei vini naturali (ironicamente, per chi non lo conoscesse), non premia i vini del secolo figli della “nouvelle oenologie”. Premia uno Chateau Margaux del 1900, uno Chateau Cheval Blanc del 1947, o un Romanèe-Conti del 1937.

Stranamente nessuno dei campioni moderni recensiti con mirabolanti parole e profusione di centesimi negli anni precedenti su Wine Spectator è presente.

La commozione di fine secolo gli ha schiarito le idee, il trauma commotivo del cambio millennio gli ha fatto bene.

All’epoca non si parlava ancora di vino naturale, ma leggere queste cose a posteriori, oggi che siamo costretti a definire il vino normale come naturale, fa un po’ impressione.

 

http://www.winespectator.com/magazine/show/id/8060

 

One thought on “I vini naturali di James Suckling: i migliori del XX secolo

  1. Lorenzo

    All’epoca si parlava già di vino naturale 🙂
    Il primo movimento documentato è del 1907, cerca Albert Marcellin 🙂

    Poi siamo alle solite, all’epoca si faceva anche di peggio, ricordo che all’epoca era permesso il DDT, i lieviti selezionati esistevano, ed in alcune zone era ancora permesso usare i sali di piombo per regolare l’ecidità del vino.

    Io l’articolo l’ho letto, a me sembra più un qualcosa per “consacrare” i grandi nomi che altro.

    Reply

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *