Una vendemmia da fuorilegge

Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta e per me vale quanto un compleanno.

Eccoci qui  in cima ad un “bric” monferrino con gli stivali di gomma e le forbici in mano, intontiti più dalla prima colazione in cantina che dalla sveglia alle cinque. Inutile pensare di schivarla, Fabrizio non fa sconti: se vuoi entrare in vigna devi passare per le acciughe in bagnet verd servite su pane abbondantemente imburrato, salame all’aglio e Barbera d’Asti appena spillata dalla botte.

Tra l’altro stamane sembra più teso del solito e il motivo è presto detto: la pioggia copiosa dell’ultima settimana è soltanto l’ultimo dei problemi dopo una primavera a dir poco capricciosa e la grandine d’agosto. Con Faber ci si conosce da anni e si va d’accordo su tutto tranne che per bazzecole quali la politica, il calcio e il vino naturale. Quest’ultimo è l’argomento che ci porta più facilmente in rotta di collisione (si fa per dire) dal momento che lui, produttore “convenzionale”, col vino si paga il mutuo, gli affitti e mantiene la sua splendida famiglia mentre io con questa insana passione mi accingo lentamente e inesorabilmente a finire sul lastrico.

Ma ho ragione da vendere e lui lo sa, tant’è che quest’anno s’è addirittura messo in testa di produrre una Barbera senza solfiti. Se da un lato ne sono felice, dall’altro non oso immaginare le sue maledizioni assortite se qualcosa dovesse andare storto… Ad ogni modo con questa piccola vigna (che abbiamo liberamente ribattezzato con l’intraducibile nomignolo di “Barbisa”) è tutto diverso, trattandosi di una specie di sfiziosa compartecipazione nella quale Fabrizio ha carta bianca e dove può prendersi qualche rischio in più senza necessariamente mettere a repentaglio il bilancio aziendale.

Mentre penso a tutto questo, l’aria frizzante mi riporta sulla terra, di fronte ai compatti grappoli nerobluastro che contrastano con l’arancione intenso delle cassette da 25 chili.

Tra i filari

Tra i filari

Vista dai filari l’annata non sembra di facile interpretazione. La produzione è superiore agli anni precedenti ma diversi grappoli, in leggera surmaturazione, sono stati attaccati dalla muffa e bisogna operare una selezione meticolosa. Impossibile in queste condizioni pensare ad una raccolta meccanizzata senza un abbattimento sensibile della qualità.
Con Paolo, amico di mille avventure, si parla sottovoce e ci si adegua ai suoni ovattati della campagna, ancora immersa nella quiete di questa domenica mattina di metà ottobre. Nascosti nella vigna siamo fuorilegge, senza contratto e senza paga ma con un rapporto felicità/fatica decisamente in attivo. Ricordiamo la nostra prima vendemmia assieme, su e giù per un “sorì” (che in piemontese identifica un pendio con esposizione ottimale e un suolo particolarmente drenante) ben più scosceso di questo (diciamo pure da spaccarsi l’osso del collo) al servizio di una splendida vigna ottuagenaria che ci fece dono del suo ultimo capolavoro prima di cadere nell’imboscata letale della flavescenza dorata.

Fabrizio ha conservato in cantina qualche magnum di quell’annata e in tutta franchezza non vediamo l’ora di tornare giù tra le botti per poter riassaporare il succo di quel giorno lontano e brindare al buon vino che verrà. Ma le cose peggiorano ulteriormente non appena tra i filari si sparge la voce che Piero (il proprietario della vigna) avrebbe con sè un rarissimo Jéroboam del 2008 affinato a sessanta metri di profondità al largo di Portofino e che sarebbe pronto a stapparlo da un momento all’altro. Con la notizia si diffonde un misto di frenesia e panico tra i vendemmiatori enostrippati (come me) con la conseguenza che il ritmo di lavoro si impenna in maniera vertiginosa.

In poche ore raccogliamo quindici quintali d’uva che prima di pranzo è già mosto bell’e pronto a trasformarsi in un migliaio di bottiglie di buon vino che a tempo debito verranno suddivise tra i soci-amici. A raccolta ultimata, come da tradizione arriva Cesare, gran maestro cerimoniere, giusto in tempo per scaricare ritualmente la prima cassetta nella pigiadiraspatrice, certificare col mostimetro un bel 20 tondo tondo di Babo e dare inizio alla festa fatta di salvia fritta, peperoni in salsa d’acciughe, ovuli in insalata, tajarin e fagioli, bollito, fiumi di Barbera e di risate.
Lo so che è soltanto la parte più edulcorata e amena di un anno di fatiche fondamentalmente altrui, ma anche questa è vita vera e sentado aqui nel suo epicentro, come un Cesar Rosas preso tra gli afrori della “Barbisa” e il sale degli “Abissi”, ci sto proprio da pascià. Salute!

P.S. Ogni riferimento è da ritenersi puramente casuale. Pare che aiutare un amico a vendemmiare, quand’anche a titolo completamente gratuito, si configuri come una specie di reato (anche grave per giunta) per cui mi raccomando: acqua in bocca !

 

6 thoughts on “Una vendemmia da fuorilegge

  1. Mario Crosta

    Non ti preoccupare, se finisci in gattabuia vengo a farti compagnia: mi autodenuncio anch’io. Spero che lo facciano in tanti, lasciandone fuori almeno uno che ci porta le arance.
    Scherzi a parte, le acciughe al verde spalmate su buon pane e con un buon bicchiere di barbera sono una vera goduria. Vicino a palazzo Nuovo a Torino c’era un baretto con i tavolacci di legno massello dove due sorelle facevano panini in due soli modi: acciughe al verde o acciughe in peperonata. E di vino c’era soltanto il barbera del Monferrato. T’invidio, Cereda, oh sì che t’invidio.
    Seconda questione: se qualcosa andasse storto nel vino senza solfiti, digli che è colpa sua, fagli capire che le uve per il vino naturale vanno raccolte in cassette ampie e appena poggiate sul fondo, senza essere pressate in nessun modo e soprattutto a un solo strato, non con i grappoli uno sull’altro come vedo nella foto. Se si rompe un acino, inizia la fermentazione fuori dalla cantina e addio mamma.

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    1. Nic Marsél

      @Mario Crosta, l’importante è che in gattabuia non ci finiscano i produttori. Quello sì sarebbe un bel guaio. Senza produttori cosa resterebbe ai bevitori e agli scrittori di vino?
      Sulla seconda questione mi sa che c’hai azzeccato, ma del resto l’annata secondo me, almeno in quella particella, non permetterà di evitare i solfiti. Le piogge di inizio ottobre hanno gonfiato gli acini a dismisura e la buccia era tesa al limite, divenendo delicatissima.. Impossibile portare in cantina grappoli assolutamente integri 🙁

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      1. Mario Crosta

        @Nic Marsél, sì, l’annata è da aggiunta minima di solfiti per quanto riguarda il Piemonte, in molte zone. Lo faceva anche il Don Crenna in queste annate storte. non si può mica buttar via il frutto di un anno di lavoro per accontentare l’ideologia. ma sono eventi eccezionali. A Ghemme e zone limitrofe ci sono molti produttori che non faranno il DOCG ma si riverseranno sulle DOC di ricaduta. Un piccolo 2002 per i rossi, ecco, almeno qui.

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      2. Massimiliano Montes

        @Nic Marsél, è stato un annus horribilis quasi in tutt’Italia. Molti produttori hanno avuto problemi di integrità degli acini e di muffe.

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  2. Pingback: MalaMalolattica

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