Ammetto di avere un debole per le rifermentazioni in bottiglia. Per intenderci, non mi riferisco all’algido ed elegante metodo classico, ma a quella tipologia di vino frizzante della tradizione, ruspante e tipica, schietta e senza fronzoli che oggi qualcuno indica con l’appellativo di “sur lie”, forse per dare un tocco di nobiltà a qualcosa che nobile non sarà mai.
Mi diletto a cercare chi ancora vinifica glera, barbera, grasparossa, ortrugo e tutta quell’allegra schiera di vitigni autoctoni di cui l’Italia è ricchissima, in modo da ottenerne croccanti versioni di frizzantini con una bella dose di fondo. E confesso che mi esalto (nel mio piccolo) quando mi succede di scovare il produttore giusto. Ebbene qualche giorno fa, disquisendo amabilmente con un enotecario addetto alla mescita nel suo piccolo ma sempre affollato esercizio, mi è capitato di esprimere un banale parere del tutto personale. Premetto che non ho un gran senso degli affari e la lungimiranza in quel campo non è il mio forte. Così l’altra sera ho buttato lì che nella mia ipotetica enoteca con mescita, ci sarebbe sempre stato posto per vini frizzanti sui lieviti. Per mille motivi: sono territoriali, personali, saporiti, economici. Basta saperli proporre. Ho tentato in tutti i modi di farmi capire ripetendo lo stesso concetto con parole diverse ma alla fine, sconsolato, ho dovuto desistere. E non per il presunto scarso appeal della tipologia, né per la potenziale complicata gestione delle bottiglie aperte, né per il difficile rapporto del pubblico con i vini torbidi, come mi sarei aspettato di sentir controbattere in una discussione normale. Niente di tutto ciò. Il fatto è che, secondo il mio autorevole interlocutore (che mi osservava stupito manco fossi un marziano) le uniche bolle non artificiali presenti nel vino deriverebbero esclusivamente dalla lavorazione con metodo classico o da charmat: “guarda che ti confondi, quello che dici tu è autoclave, ti sbagli, non ci sono protocolli enologici di quel genere”.
Stop. No discussion. Praticamente secondo lui berrei un vino che non esiste. Per la cronaca, nel locale in questione si possono trovare ottimi champagne e prosecco (senza fondo) al calice, e il mio “barman preferito” è Sommelier AIS fresco d’esame di terzo livello. Non sono veggente, ma è facile prevedere che l’enoteca dei miei sogni resterà tale per molto tempo ancora. In quelle del mondo reale… non c’è fermento.
Curioso, è successa la stessa cosa anche a me. Il mio interlocutore non era un enotecario ma una figura di una certa rilevanza proprio dell’AIS. Anche lui, guardandomi come fossi un totale extra-terrestre mi diceva che mi sbagliavo e che non è possibile parlare di lambrusco rifermentato in bottiglia in quanto si tratta di una pratica produttiva che non esiste. Che. Non. Esiste.
Stupore e sbigottimento.
@jacopo cossater, bisognerebbe farlo passare dall’Emilia e scoprirebbe l’Isola Che Non C’è (e invece c’è eccome!)
@jacopo cossater, Grazie Jacopo, la tua conferma mi rinfranca, non siamo soli su marte 🙂
@jacopo cossater,
la prossima volta che l’incontri fagli sapere che i surlie frizzanti PetNat (petillant naturelle) li fanno pure in Francia con vitigni di alto lignaggio Grenache, Pinot noir, Chenin, Sauvignon e sono buoni da paura! glu glu
sono loro che non esistono…
Piacciono tanto anche a me i vini birichini!
Ne ho assaggiato uno proprio inizio autunno. Un carricante etneo prodotto anonimamente per se e per i suoi amici da un caro amico a Nicolosi (CT) alleva a circa 800m s.l.m. viti ad alberello antichissime.
Spero di ripetere presto ancora questa magnifica esperienza, che mi ha entusiasmato non poco. E’ un nuovo modo di approcciarsi al vino con sentori e percezioni gustative davvero sconosciute.
Certo che di gente strana in giro ce n’è parecchio.
E poi anche di ipotetici “informati” o diplomati.
Di castronerie ne ho sentite anche su altri argomenti vinicoli, proprio da sommelier che fanno servizio.
Cosa pensano che lo Champagne sia nato già spumante senza fondo ?
Nella mia zona è più difficile che non sappiano della rifermentazione, praticamente esiste da sempre.
Chiunque ha, o ha avuto parenti o conoscenti che imbottigliano il vino sfuso, proprio in questo periodo.
Le temperature si stanno alzando e la rifermentazione è alle porte, mi raccomando la luna crescente e che non ci sia il vento.
Sono sempre più convinto che il vero vino sia solo questo.
Salute.
si vabbè se guardi tutto… per alcuni Sommelier il vino bianco con tannini non esiste…. Meglio rimanere marziani credi!
Ragazzi io faccio sur lie da quando ho iniziato a lavorare con l’uva e prima di me mio padre….se avete problemi coi marziani portateli da me, glieli faccio assaggiare volentieri, autoctoni famosi e meno famosi: Pedevendo, Vespaiolo e Sampagna. Pensate che il Sampagna altro non è che marzemina bianca, varietà con lieviti indigeni pigri alle basse temperature. E una volta, quando la vendemmia iniziava a ottobre si arrestava sempre la fermentazione prima di diventare secco. Con la primavera e l’innalzarsi delle temperature ripartiva a fermentare ed ecco il “s(ch)ampagna” dei veneti!!!!
Ciao Franca,
grazie del commento. Probabilmente non ricorderai ma sono stato da te (e tuo papà Firmino) l’estate scorsa facendo incetta di tutti e tre i tipi 🙂 ma specialmente di Sampagna. Alla lunga però mi è piaciuto di più il Vigna Riela.