L’orso era scappato da un circo ed era in giro per l’agro di Alghero, come annunciavano tutti i giornali. Non avevo mai visto i cancelli chiusi anche di giorno nei poderi di Tanca Farrà e quella fu la prima e ultima volta. I giornali parlavano della strage di cani in zona Mamuntanas: non uno alla volta, ma tutti insieme, una muta di randagi da far paura a chiunque, eppure sbranata in pochi secondi con una furia immane.
Era lì vicino. Non avevamo mai avuto tanta luce in campagna come quella notte, con tutte le volanti a correre saltellando sulle stradine in terra battuta con i loro abbaglianti per rallentare soltanto davanti ai cancelli e scrutare con le torce elettriche dentro gli orti e fra i filari dei vigneti, fin dove potevano. Quando li ho visti davanti al mio cancello sono uscito a farmi vedere, alzando d’istinto le mani perché sembrava un film in cui dei potenti fari cercavano gli evasi dal carcere e invece era tutto vero e cercavano l’orso. «Stia tranquillo, è da queste parti, ma siamo in tanti ed è braccato, stia chiuso dentro che ci pensiamo noi».
Sì, però in casa non avevo il telefono e sai che se ne fa l’orso di una recinzione di rete di fil di ferro se vuole entrare? Con i filari di vite che arrivavano perfino sotto casa non c’era modo di vederlo fino all’ultimo momento. Fatto sta che non ho dormito per niente anche perché non avevo visto i miei tredici gatti. Di solito partivano in fila indiana al tramonto, anche i più piccoli, per andare nell’ovile di fronte a catturare più topi che potevano e poi, ognuno con la sua brava preda appesa per la coda in bocca se ne tornavano in garage e cominciavano a giocarci. Andai in garage, ma con un tondino di ferro ritorto in mano (sai che fifa ne avrebbe avuto l’orso… ma mi sentivo più ardito). Niente. Nei cestini di vimini che avevano per giaciglio giocavano soltanto le pulci. I gatti non erano tornati e non rispondevano al solito verso che conoscete tutti e non si riesce a scrivere.
Niente gatti. Ahia! Brutto segno. Saltai in macchina per fare un giro intorno, lentamente, scrutando ovunque, ma niente. Ritornai e, davanti al cancello chiuso, mi assalì il dubbio: «se non sono dentro al solito posto e se non sono neanche in giro, vuoi vedere che…? Vuoi vedere che…? Non ci sarà mica l’orso nel mio terreno? Bom! Emmò che ffamo?». Avevo letto che l’orso puzzava talmente che si sentiva perfino da lontano. Abbassai il finestrino e annusai l’aria per qualche minuto. Il solito profumo di ginepro e di eucalipto che in Sardegna ormai è monumento nazionale e un aroma d’uva matura che inebriava. Niente puzza, niente puzza d’orso, niente orso. Ma che strizza!
Aprii la portiera, ma la richiusi subito. «E se è nascosto dietro un cespuglio e aspetta che vado ad aprire il cancello per zomparmi addosso, eh? Sto qui fino a domani mattina. Ben chiuso in macchina. Tanto prima o poi passano le volanti». Che però non passavano più. Avevo una torcia anch’io, in macchina, la tirai fuori dal cassetto e la puntai sulla porta di casa, oltre il cancello. Ventisei occhi di gatto tutti illuminati mi fissavano da lontano, tutti vicini alla porta, anche uno sull’altro. «Maledetti, ma dove vi eravate cacciati?». E li tenni inquadrati nel faro di luce A un certo punto la Mussi, la milanese, la capostipite, se ne venne verso la macchina, con un ancheggiare da Wanda Osiris salì sul cofano e si acquattò a prendersi il calduccio che saliva dal motore, spentissimo pur di sentire volare anche una zanzara. «Ma allora ditelo! Se la gatta fa così vuol dire che l’orso in giro non c’è». Scampato pericolo. Uscii finalmente dalla macchina, aprii il cancello, una pacchetta sul dorso alla Mussi che se ne scese dal cofano, riavviai e rientrai con l’auto soddisfatto sotto il bersò. Ritornai sì al cancello, non senza una certa paura, lo chiusi e con tutti i gatti intorno, ringalluzziti dalla mia presenza in quello che di notte è il loro regno, cioè la campagna, mi scaricai finalmente i polmoni e anche con un certo rumore. «Subito a nanna, stronzini scioperati che non siete altro!» gli gridai, così scapparono via tutti verso il garage, litigando per chi passava per primo sotto la porta.
Entrai in casa, accesi la candela (non avevo ancora la luce, allora), poi il camino e cercai il cestello dei bottiglioni di Vernaccia, quella di Is Arenas. A porta sbarrata (in legno massello solidissimo) sbottai: «caro il mio orso stavolta te l’ho fatta e domani è un altro giorno!». Non ricordo quanto ne ho bevuta, quella volta, ma è stata l’ultima volta che ho bevuto Vernaccia. Ne ho fatto certamente indigestione e non la reggo più. La mattina dopo passò la forestale, vennero a indagare com’era andata la notte, mi dissero che l’orso era stato individuato ormai lontano, verso Punta Giglio: «Se va lì morirà certamente di fame perché non sa cacciare, abituato fin dalla nascita ai pasti del circo e non istruito dalla madre a cacciare». Tirai il fiato. Il brigadiere si stava mangiando con gli occhi la botticella di Vernaccia accanto ai bottiglioni svuotati quella stessa notte. Gli chiesi se quella botticella per caso non gli servisse, che se la poteva anche portare via.
Detto, fatto. Chiamò l’altra guardia, la caricarono in macchina e sparirono di corsa. La Vernaccia sarà anche buona, ma va bene soltanto per gli orsi, anche quelli in divisa. Oggi faccio, come sanno gli amici, il cocco…brillo! Ho smesso anche di fare il vino: farlo in modo naturale costa fatica, cure, sacrifici, dedizione, perché non si fa da solo e perciò le mie botti sono poi finite tutte quante alle altre guardie forestali, ma non ricordo a chi ho dato il torchio e spero che lo usi come lo usavo io, solo per una strizzatina morbida e solo per il mosto fiore. Adesso il vino lo compro da chi lo sa fare e noto con piacere che ogni anno aumentano i produttori che fanno una scelta “selvatica” come la mia (senza le puzze che venivano invece a me) e sono capaci di fare dei prodotti davvero gustosi senza più ricorrere all’alchimia. Se qualche bottiglia di quello di Marritza rifermenta perché s’è fatto una notte fuori al freddo a Platamona a febbraio… chi se ne frega? Uno spumante naturale non ci sta male neanche sulla favata di carnevale, vero Marnuccio?
Sempre bello leggerti Mario 🙂 Ma quella tua vernaccia era fatta in ossidazione come quella di Oristano? Da Is Arenas passai forse 25 anni fa su indicazione di amici originari di Arbus. A dire il vero mi inquietò abbastanza trovarci una colonia penale, proprio mentre scorrazzavo per quelle lande selvagge e deserte respirando un’aria di libertà assoluta come poche altre volte nella mia vita.
“scorrazzavo per quelle lande selvagge e deserte respirando un’aria di libertà assoluta come poche altre volte nella mia vita”… bravo Cereda, bellissima espressione, che rende perfettamente l’idea. Secondo me la passione per i vini naturali ci viene proprio dalla nostra ricerca di quell’emozione lì che hai descritto così bene. A quei tempi trovavo quella Vernaccia in bottiglioni da due litri col tappo a corona, era di un colore ambrato che poteva essere chiaro se faceva poco legno o dorato se ne faceva un po’ di più, a volte anche scuro se si trattava di Riserva. Costava poco, ma rendeva assai, se la portavi a casa in botticelle. La facevano, allora, Sardus Pater, Sella & Mosca, Contini ed altri ed era la classica Vernaccia di Oristano, ma quella che compravo si faceva nella zona dello stagno di Is Benas. Le botticelle venivano riempite solo per 3/4, così c’era presenza di ossigeno e sulla superficie del vino si formava un velo di lieviti che iniziava qua e là dai cosiddetti fiori e poi copriva tutto, diventava sempre più spesso ed era quello che formava l’aldeide acetica da cui viene la caratteristica degli aromi di questa Vernaccia. Il velo è fondamentale e prima si forma, prima diventa spesso, più ci sarà qualità, poi a un certo punto il velo va a depositarsi sul fondo della botte, filtrando il vino e schiarendolo. Naturale, libero, selvatico.
Mario, sei grande! come il solito. E io mi scopro sempre più ignorante su questo meraviglioso mondo del vino. Non lo immaginavo proprio che il velo sul vino fosse così importante. Ma solo per la Vernaccia? Ciao!
@Anna, il velo è quello che in genere si chiama “fioretta” e si sviluppa sulla superficie dei vini bianchi, più comunemente che nei rossi: è un velo biancastro, spesso rugoso, che poi si frammenta in tante briciole, come una miriade di piccoli petali di fiori, da cui il nome. Questo velo è costituito da lieviti dotati di un intenso potere respiratorio, ma di un’attività fermentativa degli zuccheri praticamente nulla, appartenenti a generi diversi e a seconda del genere varia l’aspetto del velo superficiale e possono essere accompagnati da batteri. Per alcuni vini ci sono dei batteri acetici dagli sviluppi pericolosi, e perciò questo fenomeno è considerato una malattia. Per altri vini, invece, quando il velo è formato dal Saccharomyces cerevisiae in condizioni particolari, è un pregio, come nel caso ben noto della produzione di vini di grande qualità di Xérès o dei vini gialli del Jura francese. Puoi farti un po’ di cultura leggendo questo: http://www.darapri.it/immagini/nuove_mie/jerez/vinisottovelo.htm
Per la Vernaccia di Oristano e in particolare per quella di Is Arenas, questi lieviti
naturali e spontanei in botti piene solo per 3/4 e che utilizzano per il loro metabolismo alcool etilico e acido acetico formando aldeide acetica, sono quelli che sviluppano i profumi caratteristici di questo vino, perciò la formazione di questo velo è fondamentale per la qualità finale della Vernaccia