Una ricerca pubblicata su Interdisciplinary Toxicology sembra documentare un’associazione tra intolleranza al glutine e celiachia, e l’incremento progressivo negli anni dell’uso di erbicidi in agricoltura, in particolare il Glyphosate (Roundup – Monsanto, nella foto sotto il titolo una vigna trattata).
Lo studio dei due ricercatori Anthony Samsel e Stephanie Seneff è in realtà uno studio retrospettivo di correlazione, cioè studia l’evoluzione negli anni passati delle due variabili (uso di Glyphosate e intolleranza al glutine) cercando di dimostrare che all’incremento della prima corrisponde anche un incremento della seconda.
Questa metodologia non è in assoluto corretta se utilizzata in maniera isolata e acritica. Si potrebbe per esempio dimostrare che ad un incremento dei voli Ryanair negli anni corrisponde un uguale incremento di pazienti affetti da celiachia. Il che non ci autorizza a chiedere i danni a Mr. Ryan.
Per avere un minimo di validità, studi del genere devono chiarire almeno un meccanismo patogenetico per cui il Glyphosate potrebbe essere responsabile della malattia, e dimostrare il contatto effettivo tra il Glyphosate e la popolazione (non solo ipotetico, ma reale).
Tra le righe dello studio, in particolare al paragrafo 13, si risolve il principale dei due postulati precedenti: la dimostrazione dell’effettivo contatto tra Glyphosate e popolazione.
Viene citato uno studio del Dr. Hans-Wolfgang Hoppe, una ricerca estensiva del Glyphosate e del suo principale metabolita, l’AMPA, su 182 campioni di urina di popolazione cittadina non esposta lavorativamente in 18 paesi europei.
Il risultato, sorprendente, è che il 44% dei campioni di urina risultano positivi al Glyphosate e il 36% al suo metabolita AMPA.
Questo risultato è sorprendente per due motivi. Il primo è che per anni sia la Monsanto che la United States Environmental Protection Agency (US EPA), l’agenzia statunitense che si occupa di protezione ambientale, hanno ripetuto che non esistevano prove di accumulo di Glyphosate o di AMPA nel ciclo alimentare in quanto queste sono molecole suscettibili di una rapida degradazione.
Il secondo motivo è che un lavoro così importante non è reperibile su PubMed, il principale database mondiale delle pubblicazioni scientifiche in campo medico, motore di ricerca usato da professionisti e non in tutto il mondo. Bisogna cercarlo col lanternino in pochi siti dedicati all’argomento. Eppure è uno studio metodologicamente corretto e valido.
I meccanismi patogenetici per cui il Glyphosate può causare patologie intestinali sono noti e riportati nel lavoro di Anthony Samsel e Stephanie Seneff. Essi sono prevalentemente di natura microbiologica (modificazioni dell’equilibrio della microflora batterica intestinale) e di tossicità diretta sui villi intestinali.
Fino ad oggi la tossicità del Glyphosate non destava preoccupazioni perché era un dato meramente di laboratorio, indotto artificialmente su ratti o altri animali cavia. Stante la convinzione che né il Glyphosate né l’AMPA si ritrovassero nell’ambiente o si accumulassero nell’uomo.
Queste nuove risultanze però pongono interrogativi, che giustificano studi longitudinali prospettici volti a verificare la concentrazione di Glyphosate e dei suoi metaboliti nei tessuti e nelle urine di pazienti affetti da patologie intestinali o di altro tipo.
Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance
Determination of Glyphosate residues in human urine samples from 18 European countries
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