La prima guida italiana agli Champagne: un’intervista a Luca Burei

Fino al 2008 era il buio… poi arrivò Luca Burei.

Ideatore e redattore insieme ad Alfonso Isinelli della prima guida italiana agli Champagne, “Le migliori 99 maison di champagne” Edizioni Estemporanee, è l’apripista dei guidaroli nazionali delle bolle d’oltralpe.

E’ dotato di un fine humor “noir”, la prima volta che gli chiesi perché proprio 99 Champagne mi rispose che voleva recensirne 100 ma in francese “cent” aveva una pronunzia simile a “sans”, e lui non voleva fare la prima guida italiana “senza” Champagne. Lo so, più noir che humor.

Le migliori 99 maison di champagne

Le migliori 99 maison di champagne

Luca rientra oggi a pieno titolo tra i migliori esperti di Champagne al mondo, e così ho voluto sollecitarlo con qualche domanda un po’ birichina.

Qual è stato l’anno d’esordio della tua guida?
La prima edizione de “Le migliori 99 maison di champagne” è stata pubblicata nell’ottobre del 2008, coronando un’intuizione che avevo avuto circa un anno prima, ovvero che in Italia non ci fosse nessuna pubblicazione dedicata allo champagne e che fosse giunto il momento di approfondire la conoscenza di questo vino di cui si ha spesso un’immagine stereotipata che non rende giustizia alla sua complessità. È stata una prima edizione nata quasi per scommessa e ancora, per molti versi, in divenire. Ora che ci apprestiamo a iniziare le degustazioni per la quinta edizione, che vedrà luce nel prossimo ottobre, mi sento di dire che siamo molto vicini alla guida che vorrei fare, o meglio, visto che nel frattempo si è creato un gruppo molto affiatato, che vorremo fare.

Perché fino ad allora in Italia non vi erano pubblicazioni dedicate allo Champagne? Per una sorta di malinteso nazionalismo? Per sostenere l’industria dello spumante italiano?
Non saprei. Forse perchè allora c’era un interesse abbastanza superficiale per “l’altro” vino. Lo champagne in Italia, a differenza che in Francia, non è mai stato considerato un vino, ma una cosa a sè stante.

Nell’edizione 2014/2015 insieme al coautore Alfonso Isinelli recensite 141 Maison e 503 cuvée, un grande lavoro. Quanto tempo avete impiegato ad assaggiarli tutti?
Per fortuna non siamo solo Alfonso Isinelli e io che degustiamo tutte le cuvée, ma c’è un’équipe di degustazione della quale fanno parte Fabrizio Pagliardi, Stefano Scialanga, Daniela Paris, Alessandro Bulzoni, Maurizio Paparello, Giulio Perugini, Chiara Pugina, Alessio Pietrobattista e, mancante nella scorsa edizione per motivi professionali e ora ritrovato, Francesco Romanazzi. Per finire le degustazioni delle cuvée selezionate per la scorsa edizione ci sono voluti 9 mesi circa, visto che ogni cuvée viene degustata in commissione, ma in realtà il lavoro di preparazione è iniziato alla fine della pubblicazione dell’edizione precedente con un lavoro di scouting che ci ha visto e ci vede impegnati continuamente, con numerosi viaggi in Champagne. Abbiamo calcolato che per queste prime quattro edizioni abbiamo assaggiato approssimativamente 6.000 cuvée di circa 300 differenti maison/vigneron… e queste sono solo quelle per “dovere”, non contando le bottiglie che apriamo per voglia.

Quale interazione ci può essere tra il mondo del vino naturale e gli Champagne? Mi spiego meglio: vorrei conoscere la tua idea di vino naturale e quanto questa possa sposarsi con i metodi di vinificazione degli Champagne.
Per risponderti faccio ovviamente riferimento a quanto scritto da Giovanni Bietti nei suoi libri sui vini naturali da noi pubblicati, ovvero che un vino può definirsi naturale se rispetta 5 condizioni essenziali: l’artigianalità, la salute del vigneto, il rispetto dell’uva in cantina, la “sincerità” del vino e il suo valore gastronomico. È questo un criterio che mi soddisfa in generale, anche se con alcuni distinguo, ma nella Champagne non voglio parlare di “naturale”, bensì di certificato biologico o biodinamico, perché in nome di queste certificazioni molti vigneron rischiano annate disastrose con raccolte di gran lunga inferiori a quelle di coloro che magari professano una qualche naturalità di processo, ma quando è necessario non esitano a intervenire con prodotti chimici. Se la dialettica naturale/convenzionale o artigianale/industriale ha una sua a volte divertente contrapposizione, sono convinto che nella Champagne sia opportuno far attenzione alla certificazione per rispetto di coloro che hanno fatto una scelta coraggiosa, in aperto contrasto con la maggioranza e da essa spesso osteggiati.

Secondo te Champagne vinificati in maniera meno invasiva al momento dell’imbottigliamento definitivo, per esempio pas dosé o in assenza di liqueur d’expedition, sono organoletticamente migliori o consentono un più corretto riconoscimento delle varietà?
Se facciamo tara degli eccessi, ovvero delle cuvée iperdosate, direi di no. Non si può generalizzare. È per me questione di “manico” e di scelta di vinificazione: non sempre si vuole il riconoscimento varietale. Il lieve dosaggio a volte permette anzi una miglior espressione della varietà, quasi a sottolinearne le caratteristiche. Piuttosto ultimamente sono sempre più interessato alle cuvée sans souffre, come Violane di Benoit Lahaye o Sonate n°9 di Fleury: trovo che possono avere una sincerità che apre le porte veramente a un’altra dimensione dello champagne.

Ti risulta che ci siano maison che rifermentano senza inoculare lieviti selezionati?
Il problema della rifermentazione con lieviti propri in Champagne non è per nulla banale. C’è interesse da parte di alcuni vigneron alla rifermentazione con lieviti indigeni, ma per ora si scontrano con la difficoltà di avere un prodotto “stabile”, ovvero con bottiglie che non siano fortemente differenti l’una dall’altra.

Quali sono i trend di vendita dello Champagne? Reggono la crisi?
Negli ultimi anni lo champagne ha compensato la contrazione delle vendite in alcuni paesi occidentali con l’ingresso nel mercato dei paesi asiatici e dell’Europa dell’est. Non credo che un’eventuale contrazione futura dipenderà prevalentemente dal perdurare della crisi, quanto dall’affacciarsi sul mercato di prodotti in grado di competere con un giusto mix di prezzo/qualità soprattutto nella fascia base. Ho sentito più di un vigneron domandarsi se ha ancora senso fare un b.s.a. (“Brut Sans Année” n.d.r.)  quando ci sono in giro prodotti buoni a un prezzo sensibilmente inferiore. Ciò è ovviamente una riflessione in termini economici e solo per prodotti entry level. Se parliamo di fascino e immagine, lo champagne non ha eguali e, quindi, competitor.

Sembra che nonostante quantità di produzione complessivamente non grandi i vini naturali facciano numeri positivi, nonostante il periodo di contrazione generale dei mercati. Da cosa dipende secondo te?
Da una serie di fattori diversi. Credo che i vini naturali siano una risposta a chi cerca un diverso consumo del vino, non più come estensione del proprio ego, ma come soddisfazione di un bisogno primario: nutrirsi e dissetarsi con piacere e possibilmente senza spiacevoli postumi. Il ritorno al “naturale” è un fenomeno anche modale che aiuta le vendite e le piccole quantità, dovute proprio all’artigianalità, fanno sì che l’offerta sia scarsa rispetto a una domanda crescente. Questi due elementi, scarsità e moda, sono anche le sfide che il fenomeno “vino naturale” deve saper affrontare con intelligenza, non cedendo alla lusinga dei riflettori o dei prezzi alti che rischierebbero di portare a tradire la sincerità delle intenzioni originali.

 

 

Le migliori 99 maison di champagne
Edizioni Estemporanee – Azulee S.r.l.

 

12 thoughts on “La prima guida italiana agli Champagne: un’intervista a Luca Burei

  1. Massimiliano Montes Post author

    Luca, “non sempre si vuole il riconoscimento varietale” oppure “Il lieve dosaggio a volte permette anzi una miglior espressione della varietà”? 😉
    La varietà e il terroir devono emergere oppure no???

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  2. Luca Burei

    “Deve” per chi? Per chi beve o per chi produce? La risposta per quanto mi concerne sembra ovvia, visto che parlo spesso di vini sinceri, ma non per questo deve essere banalizzata: a una “cattiva” espressione non è forse preferibile una “buona” esecuzione?

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    1. Massimiliano Montes

      @Luca Burei, quindi il produttore può preferire un costante “gusto della casa”, un’impronta conferita dalla liqueur per rendere il prodotto più conforme a un gusto, a una categoria…

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  3. Fabrizio pagliardi

    Per contribuire alla questione dosaggio si/dosaggio no, racconto a Montes e ricordo a Luca la nostra visita a Salon. Alla fine della visita, l’allora direttore commerciale di Salon ci preparó una degustazione su misura. Salon 97 dosato e non dosato uno accanto all’altro in due bicchieri. Noi non sapevamo cosa ci fosse nei bicchieri. il tutto era li pronto per dimostrarci che non bisogna dare per scontato che non dosato è meglio e più espressivo del territorio. Ricordo benissimo che la preferenza andò al dosato per tutti noi, e la motivazione era tra le altre che il non dosato pur avendo la struttura dell’acidità minerale estrema del territorio, mancava alla degustazione dei riconoscimenti tipici del vitigno; si andava poco oltre i riconoscimenti minerali e agrumati. Il dosato era completo e espressivo. E mentre bevevamo ci confrontavamo chiedendoci “questo è Salon (il dosato) ma questo sarà Salon (il non dosato)?”.
    Arrivo ai punti :

    – il dosaggio copre il vitigno d’origine quando l’uva è modesta e quando il dosaggio è coprente, o per errore o perché si sa che l’uva non regge

    – il dosaggio fa parte del metodo e il dosaggio zero è una delle possibilità che lo chef de cave ha, ma non è la migliore in assoluto.

    -faccio notare che una persona come Jacques Beaufort (che quando può non usa solfiti del tutto, e che non si è ancora ritirato perché vuole andare avanti nella sua sperimentazione per portare a zero anche l’uso di rame e zolfo) dosa i suoi prodotti, e in opposizione con i figli lo ritiene indispensabile . Questo perché come ho avuto modo di scrivere in passato, il dosaggio è tradizione ed è terroire in champagne il fatto che sia zero è una possibilità data dalla materia prima.

    PS L’ex direttore delle vendite di Salon è appassionato di vini naturali e se ne è andato da Salon per lavorare nel mondo dei vini naturali.

    PSS nota a margine che farà venire un ictus all’editore .
    L’opposizione e i movimenti sulla carta stampata e sui blog specializzati contro gli extrabrut e contro i non dosati rispecchia la posizione attuale del CIVC che difende gli interessi economici della regione. nessuna grande Maison è in grado di fare un prodotto di primo prezzo non dosato per la qualità dei vini di base, che hanno bisogno dell’aggiunta di zucchero e di un ulteriore sviluppo aromatico. E gli interessi economici delle grandi maison sono l’interesse della regione. Ciò non toglie ripeto che non si deve demonizzare il dosaggio.

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  4. Massimiliano Montes Post author

    Luca e Fabrizio, grazie per le precisazioni. Ci aiutano a vedere meglio in un mondo, quello dello Champagne, dove l’immagine conta spesso più della reale conoscenza.
    Però due quesiti mi solleticano ulteriormente:
    @Luca, perché le bottiglie dovrebbero essere tutte esattamente uguali? I Galbanini sono tutti uguali, se compro un cacio artigianale questo presenta variazioni di colore o lievi differenze aromatiche, tra una forma e l’altra o addirittura all’interno della stessa forma (tra la zona centrale e quella periferica, per esempio). Se voglio colori e sapori sempre uguali compro il Galbanino.
    @Fabrizio, se ho capito bene da uve migliori e magari con basse rese si possono ottenere dei buoni pas dosé. A uve di qualità più scadente, magari con ottenute da rese più elevate, si deve aggiungere un dosaggio per conferire carattere e personalità? Giusto? Dimmi se sbaglio…

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  5. Fabrizio Pagliardi

    Per quello che hai chiesto a Luca ti rispondo anche io dicendoti che la variabilità al momento è insostenibile. Bottiglie che esplodono e tenore di carbonica che fa fuoriuscire tutto il contenuto alla apertura. Una variabilità per ora indomabile.
    Per quello che mi hai chiesto ti rispondo “si” ed è per questo che quando una maison esce con un EB in genere costa parecchio più del base

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  6. Davide

    Mi sento di ringraziare tutti. È un caso di esempio che i commenti non servono a fare polemica ma mi hanno chiarito molto le idee. Grazie,

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  7. Francesco Li Muli (stavolta il cognome c'è)

    Bottiglie che esplodono e tenore di carbonica che fa fuoriuscire tutto il contenuto alla apertura…. minkia sembra un bollettino di guerra! Ho bevuto tanti metodo classico rifermentati naturalmente senza inoculo di lieviti selezionati e tutto questo casino non c’è mai stato? Non è che fate pubblicità gratuita allo champagne?

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    1. Massimiliano Montes

      @Francesco, noi accettiamo pareri e opinioni di tutti i tipi. La conoscenza è la base per una reale comprensione.

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    2. Fabrizio pagliardi

      @Francesco Li Muli (stavolta il cognome c’è), come ho già scritto, c’è stato un fraintendimento, io parlavo di metodi che alcuni produttori stanno usando in champagne che prevedono l’uso di lieviti ma quelli naturali della stessa uva. Il metodo usato non l’ho approfondito quindi non so come. I pet nat di cui parli tu sono un’altra cosa. Non hanno questi problemi, ma se venissero fatto quel prodotto non potrebbe essere chiamto champagne per la normativa AOC

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  8. Pingback: Metodo classico e rifermentazione spontanea ‹ gustodivino

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