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Dal Piemonte alla Sicilia: intrappolati nelle denominazioni

La tarda mattinata del sabato, se non ho altri impegni, è generalmente dedicata alla lettura di tutti quei post ed articoli che durante la settimana non ho avuto il tempo di leggere e che mi sono appuntato qua e là, dai segnalibri di Feedly ai preferiti di Twitter.
Insomma, una parentesi necessaria e piacevolissima per rimanere aggiornato su tutto quello che non è di stretta attualità.

Tra le cose più rilevanti in cui mi sono imbattuto oggi c’è la ferma presa di posizione e la solidarietà di Carlo Petrini, Slow Food, nei confronti della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e la loro intenzione di “disobbedire” per difendere il diritto a poter usare nella comunicazione il nome del loro territorio/regione di appartenenza:

“Le norme europee vietano di usare una denominazione di origine a chi non produce un vino che non ne abbia il diritto: se non produco nella zona del Barolo, da un vigneto iscritto all’albo, e non ho passato i controlli previsti, non posso usare il nome Barolo sulle mie etichette. La legge provvede anche a dirmi che se ho la cantina nel comune di Barolo, ma non produco quel vino, ma per esempio Barbera d’Alba, posso comunque scrivere la parola Barolo (il nome del Comune) in piccolo, al massimo 3 mm di altezza, per non confondere il consumatore. Fin qui, tutto bene. Ma è nei dettagli che si manifesta il diavolo. Se io, infatti, sull’etichetta della mia Barbara d’Alba, che faccio a Barolo, posso scrivere in piccolo Barolo, quello che non posso specificare, per legge, è che la mia cantina è nelle Langhe, né che si trova in Piemonte. E sì, perché sia Langhe sia Piemonte sono nomi di altrettante DOC, e se io non produco i vini con quelle denominazioni, semplicemente non ho più il diritto di scrivere dove si trova la mia azienda: posso indicare (in piccolo) solo il Comune in cui si trova, ma non la Regione, né in senso geografico né politico. Come se non bastasse, ci sono anche le norme che regolano gli strumenti – brochure, siti internet, gli stessi cartoni che contengono le bottiglie – per comunicare le caratteristiche del prodotto”.

La stessa FIVI lo scorso mese aveva inviato un comunicato stampa in cui annunciava:

“Dal 1 gennaio 2015 i soci FIVI si autodenunceranno se non verrà modificata la norma che impedisce di indicare nella comunicazione aziendale il territorio di appartenenza. Mettere il territorio italiano in bottiglia ma non poterlo comunicare equivale ad essere ambasciatori che non possono nominare la propria patria”.

Una norma, quella contenuta nel regolamento europeo, che nasce per proteggere le denominazioni di origine ma che paradossalmente non fa altro che impedire alle aziende di comunicare nel modo più chiaro possibile la propria collocazione geografica. Un ulteriore problema, specialmente italiano, è quello di aver creato denominazioni di origine una sopra l’altra, letteralmente. Prendiamo ad esempio la zona citata dallo stesso Petrini. La DOCG del Barolo (e vale anche per il Barbaresco) è all’interno di una più ampia DOC, quella di Alba, il cui territorio è a sua volta compreso nella DOC Langhe. Tutte queste sono a loro volta comprese in quella che include al suo interno gran parte delle provincie di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino, eccetera. La fantasmagorica DOC Piemonte.

Insomma, la battaglia della FIVI è sacrosanta, al tempo stesso potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare, in sottrazione, lo spropositato numero di denominazioni di origine italiane.

Eddai, Piemonte DOC? Davvero?

 

http://www.enoicheillusioni.com

 

34 thoughts on “Dal Piemonte alla Sicilia: intrappolati nelle denominazioni

  1. Massimiliano Montes

    Eddai, Sicilia DOC? Davvero? 😉
    Sarà che sono io miope, però veramente non riesco a vedere alcun vantaggio economico-commerciale da queste macro-Doc.
    Da quando esiste la Doc Sicilia migliaia di ettolitri di vino prima Igt, o addirittura vino da tavola, sono stati iscritti a Doc. Con che risultato… nessuno

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  2. Paola Lantieri

    Non commento che poi scateno l’inferno come la volta scorsa. Dico solo che le Doc, istituite a salvaguardia dei territori (almeno credo), adesso con la Doc regionale l’affossano. Provare per credere.

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    1. Massimiliano Montes

      @Paola Lantieri, hai ragione purtroppo. Le Doc e le Docg sono state istituite a salvaguardia della tipicità di alcuni areali, omogenei, piccoli.
      Il problema è che questo stravolgimento dell’idea di Doc non ha nemmeno un ritorno economico… si rovina qualcosa per nulla

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  3. massimo

    Caro Massimiliano concordo sia come fivi sia come produttore di una piccola doc per quanto detto da voi sulle indicazioni territoriali, ma credo che le doc, così tanto criticate a dx e a manca, hanno una forza che nessuno dice: la legalità di un vino! Vogliamo prendere ad esempio la Sicilia? Prima le doc erano sotto il controllo ccia e ti assicuro che passava di tutto… Oggi con l’irvos la cosa è diventata più seria, infatti capita spesso che alcuni vini non superano la valutaZione! Allora tutto dipende dagli strumenti di controllo e da chi c’è dietro! La doc rimane l’unico strumento di controllo. In molti dicono che le doc sono troppe, oppure che le macro doc non servono? Lo decide sempre il mercato, se le scelte aziendali sono state corrette. Non credi???

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    1. Massimiliano Montes

      @massimo, relativamente alla Sicilia credo che lei parli di cose che conosce poco. In ogni caso il mercato fino ad oggi non sta affatto premiando queste mega-Doc.

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      1. Lorenzo

        @Massimiliano Montes,

        la DOC sta premiando su due filoni principali:

        1) la tracciabilità del prodotto
        2) la tutela dei vini all’estero

        Non sono mai stato favorevole alla Sicilia DOC, ma i punti 1 e 2 bastano ed avanzano.

        Sicilia è un marchio forte per il vino, non come il piemonte che storicamente ha già visto i suoi baluardi (Barolo, Barbaresco) essere tutelati. Le devo ricordare lo scandalo del povero “Nero D’Avola Siciliano” vinificato, imbottigliato con un uve di dubbia provenienza anche all’estero ?

        Posso dirle che fa molto peggio chi immette sul mercato vini legati a zone ben definite, cito l’Etna dato che parliamo di Sicilia, marchiandoli come IGT o come Vini da tavola…
        in questo modo, spacciando una specie di alea di mito intorno ad un vino che “non ha passato il test dei valutatori DOC”, in realtà ci si è scampati, tramite un sotterfugio di marketing di basso livello, al controllo ed alla tracciabilità del vino che c’è nella bottiglia e, soprattutto, con che uve è stato vinificato, se dentro o fuori dalla zone di produzione.

        Le pare poco ?

        A me no, affatto. Stiamo molto attenti demonizzare le DOC, perchè se da una parte sicuramente sono perfettibili, dall’altra garantiscono controlli e tracciabilità assolute. La DOC a questo serve.

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        1. Massimiliano Montes

          @Lorenzo, l’Etna non fa parte della Doc Sicilia, è fuori, per una scelta che condivido. E vende meglio e più dei vini Sicilia Doc.
          La Doc Sicilia non aiuta affatto la tracciabilità del prodotto o la tutela dei vini all’estero, non so che dati lei abbia ma non è così.
          La Doc Sicilia fino ad oggi è servita a imbottigliare come “Doc” vini che fino a ieri erano considerati di terz’ordine, milioni di bottiglie di vino da tavola, spesso di pessima qualità, che ora si fregia del marchio “Doc”: una pessima operazione commerciale, che abbatterà i prezzi e la qualità del vino isolano.

        2. Lorenzo

          @Massimiliano Montes,
          Si sbaglia, può benissimo rinunciare alla dicitura DOC ETNA e denominarlo “DOC Sicilia” così come adesso ci sono tanti furbacchioni che vanno sull’IGT Terre Siciliane per la stessa zona.

          … poi il resto lo fa il consorzio di tutela che fa l’Etna Wine Grand Tour e permette la presenza di vini IGT e, soprattutto, di produttori che non hanno nemmeno i vigneti nelle zone della DOC.

          Questi sono i valori da difendere se volete garantire la tipicità di un prodotto, non altro.

        3. Massimiliano Montes

          @Lorenzo, ma perché deve disinformare i lettori? La Doc Etna è l’unica Doc che è rimasta fuori dala Doc Sicilia. La prego di smettere questa continua disinformazione sul nostro sito, sembra un democristiano d’altri tempi, un brutto incrocio tra bruno vespa e sallusti.

        4. Lorenzo

          @Massimiliano Montes,
          Lei fa disinformazione, sono sicuro che se approfondisce un pò meglio le cose, vedrà che riesce anche a scrivere qualcosa di vero, ogni tanto. So che le risulta difficile, però ogni tanto bisogna anche elevarsi culturalmente.

          Le riporto il disciplinare:

          Articolo 3.
          Zona di produzione
          1. La zona di produzione delle uve destinate alla produzione dei vini a Denominazione di Origine
          Controllata “Sicilia” comprende l’intero territorio amministrativo della Regione Sicilia.

        5. Lorenzo

          @Massimiliano Montes,
          e comunque guardi, siamo alle solite, uno cerca un confronto e Lei deve sempre essere aggressivo ed offensivo.

          Si vergogni.

        6. Massimiliano Montes

          @Lorenzo, tanto per cominciare ci dica il suo nome e cognome, quelli veri. Poi può rivendicare diritti. L’adesione delle singole Doc alla Doc Sicilia è volontaria e deve passare da una decisione a maggioranza qualificata dei consorzi. La Doc Etna è fuori dalla Doc Sicilia e lei è un disinformatore seriale.

  4. Lorenzo

    Io non capisco una cosa, la proposta per la creazione di una DOC è libera ed ha dei canoni ben definiti, anche all’interno di una DOC già esistente.

    Perchè i singoli produttori non si consorziano e la propongono al posto di lamentarsi dell’impossibilità delle sottodeniminazioni ?

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  5. graziano

    Gli Stati Uniti riconoscono solo i marchi aziendali: il territorio scompare, pure nel vino. E SE PASSASSE QUESTA TRATTATIVA USA-EU ????

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  6. Jacopo Cossater

    Ciao Massimiliano, sono contento che il post ti sia piaciuto e che tu abbia voluto riproporlo qui (scusate l’intrusione quindi).

    Il tema è centrale (anche se in fondo magari non del tutto appassionante), io per esempio come sottolineato da Lorenzo e da Massimo sono grande fan delle denominazioni di origine per il loro intrinseco valore di garanzia, anche se davvero troppo spesso questo è andato di pari passo con commissioni di degustazione incapaci di “leggere” il territorio ed alcuni suoi inevitabili cambiamenti. La soluzione è tutt’altro che scontata, ed è un peccato perché allo stato attuale delle cose ne escono tutti un po’ scontenti (o magari mi sbaglio, e invece va davvero tutto bene perché al contrario questo è l’unico sistema capace di mettere tutti d’accordo, almeno un po’).

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    1. Massimiliano Montes

      @Jacopo Cossater, nessuna intrusione, tu qui puoi fare quello che vuoi. Considerala la tua terza casa 😉

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  7. Francesco Spadafora

    Buongiorno, scusate l’intromissione , ma sono argomenti che mi divertono .
    Io sono a cavallo della Doc Alcamo e della Doc Monreale e non ho mai creduto che essere in una Doc fosse garanzia per il consumatore che un prodotto fosse più buono di un altro .Doc é un territorio vocato alla produzione di qual cosa ma il prodotto che ne viene fuori ,,può essere benissimo non buono e quindi ,difendersi , dietro una denominazione non mi pare la soluzione . Figuriamoci Doc Sicilia . Detto questo trovo molto più logico accettare la sfida del prodotto e del proprio marchio per capire se quello che fai ha un senso ,non solo per te, ma anche per qualcun altro .
    Grazie e buona giornata

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    1. Massimiliano Montes

      @Francesco Spadafora, ciao Francesco, buon giorno a te. Sei illuminante, concordo.

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  8. massimo

    Caro Massimiliano ti sbagli, di molto, io conosco quanto dico perché qualche bottiglia di vino la faccio …) e concordo anche su quanto ha scritto Francesco Spadafora, ma ad oggi dico, perché ne sono convinto per esperienza che le D.O.servono e assicurano al consumatore la provenienza del prodotto! Il marchio aziendale è senza dubbio importante ma se a questo aggiungi la D.O. il tutto assume ancora più valore! Poi voi giornalisti fate bene a creare centri di attenzione e riflessione, solo che spesso dovete confrontare le vostre idee con la realtà e i dati commerciali reali… Un caro salutamo…))

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    1. Massimiliano Montes

      @massimo, se conosci le cose dire che l’Irvos funziona è un po’ forte… eh? Magari dicci come ti chiami, non commentare in incognito.

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      1. Massimo Padova (Riofavara)

        @Massimiliano Montes, non pensavo di essere in incognito perché avevo già scritto su questo blog in cui sono anche registrato, comunque se l’irvos funziona o meno, penso che debbano darne giudizio principalmente i fruitori-produttori, devo dire che fino a quando è servito a qualcuno se ne è parlato anche troppo, non dimenticare che il boom dei vini siciliano nacque proprio dentro Irvv grazie a Tachis e Planeta e molti altri…. adesso invece tutti dicono che è un carrozzone?! Io affermo con cognizione che da un punto di vista organizzativo è l’unico ente che ha ha saputo telematizzare le certificazioni e la tracciabilita. Lo sapevi questo vero? Se poi la Regione Sicilia non ha fondi per poter gestire l’irvos è altra cosa… La verità è che tutto andrà in direzione assovini!? Mi spiace ma preferirei che tutto rimanesse così come è adesso, magari razionalizzando gli stipendi e migliorando la gestione! Naturalmente è solo il mio parere.) Massimo Padova

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        1. Massimiliano Montes

          @Massimo, Max il cognome non spunta in automatico, sei sempre il benvenuto. Degli “errori” clamorosi delle commissioni Doc che ne pensi?
          Assovini è un’associazione privata di produttori, non potrà mai gestire le certificazioni (se non infiltrandosi in una struttura pubblica come l’Irvos 😉 )

  9. Marco

    Le DOC – DOCG sono nate per tutelare un territorio (!?), ma siamo sicuri che esse siano la migliore espressione o l’unica di un territorio?
    @ Lorenzo: “Posso dirle che fa molto peggio chi immette sul mercato vini legati a zone ben definite, cito l’Etna dato che parliamo di Sicilia, marchiandoli come IGT o come Vini da tavola… in questo modo, spacciando una specie di alea di mito intorno ad un vino che “non ha passato il test dei valutatori DOC”, in realtà ci si è scampati, tramite un sotterfugio di marketing di basso livello, al controllo ed alla tracciabilità del vino che c’è nella bottiglia e, soprattutto, con che uve è stato vinificato, se dentro o fuori dalla zone di produzione. Le pare poco ?”
    Perché un produttore deve obbligatoriamente assoggettarsi a un disciplinare o a una commissione di valutazione ? c’è una legge? … e se quel vino non raggiunge il grado alcolico o l’acidità minima che fa, è costretto a modificare obbligatoriamente mediante prodotti enologici o tecniche di cantina il vino ?
    Salvo il fatto di scrivere in etichetta il nome “tutelato” (ad esempio Etna) ogni vino declassato ha piena legittimità e la zona di origine può essere comunicata (affermata ?) (nel rispetto delle leggi) ai consumatori, proprio per quella tracciabilità tanto richiesta.
    Alcuni vini sono prodotti in vigneti posti fuori dalla delimitazione della zona doc e magari sono storici… allora si estirpano i vigneti o si truffa dichiarando l’uva come prodotta in vigneti ricadenti nella delimitazione? Quindi spesso scelte azienda li rispettano problematiche più ampie di quelle che sembrano in un primo momento.
    Dice giusto Francesco Spadafora: “Detto questo trovo molto più logico accettare la sfida del prodotto e del proprio marchio per capire se quello che fai ha un senso ,non solo per te, ma anche per qualcun altro .
    Il consumatore che paga può scegliere differenti espressioni produttive in piena libertà (sempre nel rispetto delle leggi da parte dei produttori), premiando attraverso il riacquisto quelle che reputa migliori.
    Non pretendo di avere ragione, né desidero cambiare le vostre opinioni, ma solo partecipare alla vostra riflessione.

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      1. Massimo Padova (Riofavara)

        @Massimiliano Montes, Massimiliano mi spiace contraddire anche questo, se un vino non passa alla d. O la responsabilità è sempre del produttore… Te lo dico perché per due volte mi è successo per rifermentazioni su un vino dolce! Mi sono organizzato comprando delle borse termiche e non è più successo! Sai perché molti rosati Etna non sono passati alla d. O etna? Leggi i verbali, sono atti pubblici… )

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        1. Massimiliano Montes

          @Massimo, mi dispiace contraddire te ma sbagli. Le commissioni Doc così come sono vanno abolite o si può pensare che invece di valutare i vini si occupino di ritorsioni politiche.
          Accettare in una Doc vini che sanno di fragolina-big babol, passion fruit e vanillina è un’offesa al terrirorio, alla ragione e al buonsenso (cosa hanno di “tipico” come prescrive il disciplinare?). Soprattutto quando si respingono vini ottimi, veri figli del territorio.
          Volendo essere costruttivi, si dovrebbe riformare la Doc Sicilia che così non va (saprai benissimo, per esempio, che non si può iscrivere a Doc il Perricone in purezza o lo Zibibbo in purezza) ed abolire le commissioni Doc.
          I vini dovrebbero essere valutati mediante analisi chimiche: il sentore di ossidato è dato dall’acetaldeide, si misuri quella, così non ci prendiamo per i fondelli.
          In altenativa, il mio consiglio ai produttori lesi, è quello di presentare esposti in Procura indicando anche eventuali scenari e complicità con nomi e cognomi (tanto in sede di denuncia si può fare, non costituisce calunnia) e innescare così un meccanismo virtuoso di indagini.

        2. Massimo

          @Massimiliano Montes, non sono d’accordo sai perché , perché la big babol come la chiami tu… È legale! Io sono completamente in disaccordo con la produzione di questi vini , ma fin quando è consentito dalla legislazione non serve colpevolizzare le commissioni o le d. O . Il problema è molto complesso e ampio. Ricorda che il mercato è vario, variegato e confuso da tanto marketing … Questa è la cosa sicura! ad maiora semper 🙂

        3. Massimiliano Montes

          @Massimo, la big babol è legale nei vini da tavola. Non nei vini Doc dove è richiesta tipicità varietale e territoriale.
          Chi vuole produrre un vino fragolino (o vaniglino) lo faccia pure… ma non si lamenti se non riesce ad ottenere la Doc, perché sono proprio questi i vini che andrebbero stroncati.

        4. Francesco Spadafora

          @Massimiliano Montes,
          Massimiliano ne abbiamo parlato piú di una volta e finché esistono le disposizioni attuali in termini di vinificazioni o disciplinari che determinano colore o altro ,se si sta dentro le Doc o IGP bisogna accettarle ,ed è inutile che ti agiti ,perché ognuno fa quello che meglio crede . Per chi lavora in altro modo é molto meglio che si possano produrre dei vini diversi 🙂

        5. Massimiliano Montes

          @Francesco Spadafora, in nessun disciplinare è scritto che il vino si può aromatizzare e colorare a piacere. Le commissioni che ammettono vini del genere commettono una frode. E si espongono…

        6. Massimiliano Montes

          @Francesco Spadafora, quello che bisogna evitare è la “discrezionalità” nell’interpretare i disciplinari.
          Aboliamo tutti i parametri soggettivi e ammettiamo i vini solo in seguito ad analisi, che sono sempre riscontrabili. Così si sgombra il campo dai sospetti.

        7. Francesco Spadafora

          @Massimiliano Montes,
          Massi, per te aromatizzare significa usare lieviti e colorare usare enzimi per l’estrazione ed il 90% dei vini è fatto così e lo hai visto parlando in giro e nessuno lo vieta è quello che più drammatico e che il consumatore normale non lo percepisce ,né al colore né in bocca . Le commissioni fanno le analisi ,oltre le degustazioni ,ma per controllare grado alcolico e quadro acido . Io capisco la tua lotta contro quello che non ti piace ma questa la si fa esaltando quello che piace e non trasmettendo il messaggio che per chi beve quei vini gli rimane poco tempo da vivere . Pensaci e parlane con gli altri .
          Ciao

        8. Massimiliano Montes

          @Francesco Spadafora, esattamente al contrario. Si assiste alla stroncatura continua dei vini naturali buoni. Non bocciare i naturali sarebbe già un buon inizio… Pensaci e parlane con gli altri 😉
          P.S. ma i miei “altri” chi cazzo sono…?

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