E’ un caso di eccesso di legittima difesa. Raramente accade che un vino abbia due difensori ufficiali: il Consorzio di Tutela dei Vini della Valpolicella e l’Associazione Famiglie dell’Amarone d’arte.
Consorzio e Associazione litigano perché l’Associazione Famiglie dell’Amarone d’arte ritiene un abuso le modifiche al disciplinare proposte dal Consorzio. Tali modifiche consentirebbero ad alcune denominazioni di coltivare anche i terreni umidi di fondovalle.
L’intento sembra buono, ovvero mantenere le coltivazioni solo sui terreni collinari più vocati.
Ci si chiede però perché le famiglie dell’Amarone non abbiano mai puntato i piedi contro le pratiche di viticoltura e di cantina che contravvengono alla tradizione. Soprattutto le pratiche di cantina, con continui abusi di prodotti enologici, che hanno stravolto negli anni il profilo originale dell’Amarone.
Sembra quasi che l’attuale dissidio derivi prevalentemente da motivi economici e da una certa paura della concorrenza, e che la difesa del territorio sia solo una scusa.
Forse sarebbe utile una terza associazione: la Famiglie dell’Amarone naturale.
e se invece rendessero liberi i tempi di appassimento ? che senso ha oggi fare appassire l’uva per 3 mesi. Con il cambiamento climatico le acidità alla raccolta sono scese drasticamente e gli zuccheri sono aumentati. Così oggi gli Amarone hanno facilmente 16.5 % alcol. Che ce ne facciamo di un vino così ?
Concordo in pieno. Sostengo questa proposta ormai da tempo.
A chi la facciamo? Al Consorzio o all’Associazione?
@GiancarloG, non saprei, bisogna vedere se questa esigenza è condivisa dai produttori. Io come venditore posso solo dirti che la mia clientela non ne può più di vini da uve appassite e che sono disposti ad accettare Amarone o Sfursat solo se dotati di acidità sufficienti (quindi alte) a bilanciare le dolcezze dell’alcol e degli zuccheri residui.
E io come bevitore confermo quello che tu dici 😉
E anche vero che oggi la Valpolicella sembra un idra a due teste, ha ragione Giancarlo, non si capisce chi sia il referente più “influente”.
Tradizione in valpolicella vuol dire amarone? Funziona solo la rima. A me quest’iniziativa delle famiglie non è mai piaciuta sin dall’inizio. P.S. Spettacolare la foto
@Nic Marsél, che intende lei per tradizione in valpolicella? Corvina, rondinella e molinara sono da sempre state le uve della valle. L’amarone altro non è che una variazione del recioto che si è sempre fatto con queste uve. Mio zio faceva lo stesso vino che poi si è chiamato amarone sin dagli anni trenta. se considera che il barolo ha una storia forse più breve, non capisco perché non si può parlare di amarone tradizionale.
@Claudio Furlan, infatti la tradizione è prima recioto e ovviamente il bistrattato valpolicella, solo molto dopo l’amarone che ha preso piede soprattutto grazie alle recenti richieste di mercato. Il Barolo pare si debba a Cavour quindi a metà ottocento.
@Nic Marsél, La Doc Barolo esiste dal 1966 (DPR 23.04.1966, G.U.146 – 15.6.1966). L’Amarone è stato commercializzato come tale dal 1953 e la Doc è del 1968, anche se la parola amarone nasce nel 1936. Si parla di recioto amaro sin dai tempi di Re Teodorico (vedi wikipedia).
@Claudio Furlan, Il fatto che la DOC del Barolo esista dal 1966 non significa nulla e lo sai. L’amarone di Teodorico poi, dai…Ma non è un problema e non volevo “sputare” sull’amarone che tralaltro conosco meglio del nobile piemontese col quale stai proponendo una “gara” che ha poco significato. Ribadisco che il senso del mio intervento è che la tradizione in Valpolicella è più Recioto e Valpolicella Classico. Dagli anni 80 grazie al successo commerciale è iniziata l’escalation produttiva dell’amarone con una impennata degli appassimenti a scapito delle tipologie più semplici. Mi rifaccio alle mie visite in zona, ai lavori pubblicati sul tema (es. Sangiorgi) e sulle statistiche ufficiali pubblicate a riguardo della produzione di anno in anno. L’inflazione dell”amarone (di pianura) ha portato al rischio di “scissione” delle famiglie dell’amarone. Oggi la Valpolicella si identifica con l’amarone perchè si superano le 10 milioni di bottiglie, e quindi perchè dà da mangiare, ma non perchè è tradizione.
@Claudio Furlan, Ciao Claudio non ho ben capito la questione del vino che faceva suo zio, nel senso che se produceva un vino dolce ha comunque dovuto cambiare per poi produrre l’amarone.
Per quanto riguarda il Barolo concordo con @Nic Marsèl sul periodo storico ma direi che Cavour si è furbescamente appropriato di una creatura che non è sua (revisionismo storico). In realtà Cavour chiamò l’enologo Louis Oudart per impiantare Pinot Noir nelle Langhe, il progetto non andò a buon fine, Cavour non pagò Oudart che fu ingaggiato da Juliette Colbert che viveva proprio a Barolo e da due francesi che vivevano in Italia nacque la prima bottiglia di Barolo.
@TanninoME, mio zio faceva un recioto dolce e un recioto amaro come si è sempre fatto dalle sue parti. Io abito più a est ma sin da bambino sentivo parlare di amarone da mio zio.
Almeno quella funziona…
Il tenore alcoolico troppo elevato in un vino lo rende estraneo a gran parte delle pietanze con cui si potrebbe bere, lo declassa da re della tavola a uno dei tanti vassalli scendiletto da club anglosassoni di fumatori di sigari cubani, relegandolo al dopo pasto un po’ prima dell’amaro Giuliani o del bicarbonato. L’Amarone non fa eccezione. Però negli USA tirano vini così, perché ci possono mettere il ghiaccio, un po’ di Campari e servirlo con le chips al ketchup piccante o con la torta di limone farcita di salmone affumicato della gastronomia sotto casa. Non avete mai notato i giudizi deludenti di gran parte dei winewriters d’oltreoceano sui vini con tenore alcoolico leggero? Per venderli, devi allegargli una ricetta di cocktail con il bourbon o con la tequila, sennò ciccia…