Cerea e ViViT 2013, cosa mi resta?

Quest’anno ho dedicato una giornata a Cerea e una al ViVit, assaggiando un centinaio di vini in totale e usando la mia consolidata strategia: zainetto colmo di pane da spizzicare di continuo tra uno stand e l’altro e una bottiglia d’acqua minerale gassata per sciaquare bocca e bicchiere. La prossima volta, per “non perdere smalto”, credo che mi porterò anche lo spazzolino da denti come fa mia moglie, terrorizzata dalle macchie causate dai pericolosissimi antociani.

Contrariamente al solito non ho preso alcun appunto e ho deliberatamente atteso alcune settimane prima di cimentarmi a scrivere le mie impressioni, proprio per fare in modo che del ricordo cristallizzasse soltanto la parte davvero essenziale. E’ stato un weekend piacevolissimo e senza nessun effetto collaterale sebbene non mi permetta mai di sputare il vino che mi viene offerto, poichè non mi riesce proprio di decifrarlo senza deglutirne almeno una minima parte, e perché in tutta franchezza mi disgustano i nobiluomini che cercano il modo più elegante di espellerlo negli appositi contenitori. Come mi accade costantemente negli ultimi anni, ho trovato vini mediamente sbilanciati verso le durezze (secondo i miei canoni, ovvio) con la componente acida a farla da padrona. Le parole d’ordine sembrano essere ancora acidità, mineralità e verticalità, tant’è che farei fatica a immaginare la maggior parte di questi prodotti al di fuori del contesto della tavola. Qualcuno potrebbe lodarne la vocazione gastronomica, io dico che mi piacerebbe poter bere un bicchiere di vino senza essere obbligato ad accompagnarlo ad una fiorentina (che tra parentesi detesto) oppure ad uno stracotto di cinghiale con polenta per poterlo apprezzare appieno. Altra piccola critica: i vini nuovi mi sono parsi spesso scomposti e comunque lontani dall’essere pronti per il consumatore finale. Il motivo è ovvio (imbottigliamenti recentissimi, prove da botte/vasca), ma se fossi un enotercario mi guarderei bene dall’approvvigionarmi di bottiglie che speranzosamente daranno il meglio di sé almeno tra un paio d’anni. Va bene che bisogna vendere per rientrare con le spese, ma ho trovato molti prodotti ancora decisamente acerbi. Non si diceva che fosse necessario recuperare i tempi naturali che il vino detta e richiede?

In entarmbi gli eventi si sprecano i bianchi macerati sulle bucce con risultati che ormai molti definiscono omologati: a mio parere la macerazione sulle bucce funziona soprattutto con i vitigni aromatici che riescono a mantenere sia l’impronta olfattiva che quella gustativa dell’uva di partenza. In questo senso mi hanno positivamente impressionato le malvasie di Podere Pradarolo (2005 e 2007 e soprattutto il meraviglioso metodo classico), il SauvignonEl Campesino” di Scovero, “La Merla Bianca” (Sauvignon e Traminer) e “A Demua” (un blend di autoctoni che ha una parte di Moscato) di Cascina Degli Ulivi. Tra i bianchi “tradizionali” devo spendere anch’io due parole per il pluricitato Grillo  “Vignammare” di Nino Barraco ma anche per il suo splendido Zibibbo secco. Buono il vulcanico Prosecco Colfondo di Carolina Gatti (quando vino e produttore si somigliano), ma soprattutto molto pulito e piacevole il suo  Pinot-Chardonnay (Carolina, sicura non sia semplicemente Pinot Bianco?).
Sul versante rossi, ripensandoci adesso, scopro di aver dato la mia preferenza a vini con un leggero residuo zuccherino o con una frazione alcolica elevata, come se avessi voluto inconsciamente bilanciare le ridondanti durezze. Per esempio ho gradito molto “Le Trame” di Podere Le Boncie nella versione 2010, così come mi sono piaciuti in modo particolare sia il discusso “Kurni” 2011 che il “Kupra” 2010 (semplicemente strepitoso finchè non sai quanto costa) di Oasi Degli Angeli. Splendidi i Cannonau di Giovanni Montisci (una garanzia), così come tutta la linea di Alessandro Dettori. Tra i rosati infine, tipologia che mi sta particolarmente a cuore, menzione speciale per l’originale versione di Eugenio Rosi ripassata sulle vinacce dei bianchi a ricordarci che la con la civiltà contadina non si butta via nulla.

Ma cosa mi resta davvero di questa intensa due giorni veronese? Più che i vini, a dire la verità, mi porto a casa la carica umana assorbita dagli incontri con le persone che istintivamente mi hanno emozionato: il carisma ribelle di Stefano Bellotti (che vedrei bene ad interpretare “I fought the law, the law won”), la sana incazzatura di Alberto Carretti e la sua posizione decisamente critica sulla direzione intrapresa da Vinnatur, il professor Storchi che insegna musica “perché con 10.000 bottiglie mica ci campi”, la determinazione e la dolcezza di Tamara Rosi, la dichiarazione d’amore per l’alberello di Giovanna Morganti, l’imbarazzo di Andrea Scovero per gli elogi, la barba e il dolcevita di Stefano Amerighi che mi hanno riportato dritto ai miei anni settanta, la contagiosa positività di Gianmarco Antonuzi, il calore del racconto di Paola Lantieri, il gentilissimo vignaiolo di Jakeli Wines che ci ha fatto capire di più lui in dieci minuti della Georgia che tutti i vini assaggiati in dieci anni, Corrado Dottori che se la gode da turista in giro per gli stand di Cerea e, ciliegina sulla torta, le strette di mano con Massimiliano Montes e Armando Garofano. Grazie a tutti. Alla Prossima

 

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