Cosa succede ai rosati dell’Etna?! La partecipazione all’ultima edizione di Sorsi dell’Etna è stata, da questo punto di vista, angosciante.
I nostri quattro lettori sanno che già qualche mese fa avevamo lanciato l’allarme per una strana situazione che si era venuta a creare. Alcuni rosati etnei, tra cui quelli di Calcagno e Tenuta delle Terre Nere, erano stati bocciati dalla commissione Doc, che non gli aveva riconosciuto in prima istanza l’appellazione.
Il motivo ufficiale era che “il colore di questi vini tendeva al granato e non al rubino”, ovvero che il colore, a parere della commissione, era troppo tenue e virava verso il color mattone. Secondo la commissione, invece, il disciplinare Etna Doc prevede un bel colore rubino acceso.
I vini sono stati ammessi in seconda istanza in “deroga” temporanea al disciplinare, dietro autorizzazione del Ministero competente.
Per chi conosce il vino dell’Etna tali motivazioni appaiono quantomeno risibili. L’uva rossa tradizionale di quelle zone è al 95% “Nerello mascalese” e per il restante 5% “Nerello cappuccio o mantellato”.
Il Nerello mascalese ha un basso contenuto di antociani, i pigmenti che colorano il vino. Il vino che ne deriva ha naturalmente un colore scarico e tendente al granato. E’ questa la sua naturale vocazione: produrre un vino dal colore scarico e tendente al granato.
A maggior ragione, una vinificazione in rosato determina naturalmente ancora meno colore.
Inoltre il rosato etneo viene tradizionalmente prodotto col metodo “pista e mutta” (schiaccia e spingi), quindi vinificato in bianco, senza contatto con le bucce.
E’ normale, e naturale, che il rosato tradizionale dell’Etna sia di colore scarico e tendente al granato. E’ questa la normalità e così deve essere.
I rosati che ho visto presentare in anteprima a Sorsi dell’Etna invece mi hanno lasciato a bocca aperta. Tutti di colore rubino intenso! Alcuni addirittura quasi rossi!
Per ovviare ai diktat di difficile interpretazione di una strana commissione Doc, invece di cambiare il disciplinare, prevedendo la possibilità che il rosato possa essere “scarico e tendente al granato”, abbiamo cambiato i rosati.
Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna.
E forse hanno anche un po’ esagerato. Come una donna che esce dal parrucchiere dopo avere tinteggiato la chioma con un bel colore rosso violetto
Ma come è tecnicamente possibile un mutamento così repentino di colore da un’anno all’altro?
Nella migliore delle ipotesi con due metodi: o facendo stare a contatto le bucce con il mosto (quindi avremo rosati parzialmente macerati), o aumentando la percentuale di Nerello cappuccio che, a differenza del Mascalese, ha un alto contenuto di antociani.
In ogni caso ci possiamo scordare di bere il tradizionale rosato dell’Etna, di quel bel colore tenue tendente al granato.
Alla peggiore delle ipotesi non voglio neanche pensare, lascio quelle tecniche ai “Coiffeur pour vin” di fiducia delle cantine.
E mandino a cagà le commissioni Doc!
Facciano un sano Igt. 🙂
Il rosato, se e’ buono, lo compro anche in bottiglione e ne bevo a gogo, frega niente dell’etichetta, ma proprio niente. Chi riesce a digerire i gamberi arrostiti 3 minuti massimo sul piano di ghisa della stufa a legna senza un rosato del genere alzi la mano. Siamo proprio sicuri che avra’ letto anche l’etichetta? E si beve ad occhi chiusi. Ci si perde dentro ad occhi chiusi. Se tende all’aranciato o al granato oppure al ciliegiolo, oppure al rosa antico macheccefrega, eh? E’ buono? Portane un’altra bottiglia…
Bentornato Mario. Purché non sia un rosato da coiffeur…
@Massimiliano Montes, ero in Sardegna (anche se non sono riuscito ad andare a Sennori da Alessandro), ma vi leggevo lo stesso. Non ho capito cosa vuol dire rosato da coiffeur. Ho bevuto rosati di tutti i tipi, di tutte le tonalita’ e di un sacco di Paesi diversi. Rosati, cerasuoli, chiaretti, saignée, “grigi”… e posso dirti che l’etichetta (quando ce l’avevano) l’ho sempre guardata dopo, a volte, piu’ per curiosita’ che altro, per non comprare più quelli veramente cattivi, che comunque sono sempre stati pochi perche’ e’ una tipologia impegnativa per chi li fa e di solito ci mettono il meglio delle loro cognizioni enologiche. Mi sembra evidente che le commissioni DOC vadano decapitate sulla pubblica piazza e che alla gente delle loro sentenze non gliene puo’ fregare di meno. Hai letto il parere di Ricci, il novello marchese del Grillo, sulla “moda” dei vini naturali? Se l’hai letto, fatti una bella scorpacciata di rosato e pisciaci pure sopra ridendo e zufolando. Come diceva Virgilio a Dante, “non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
Rosato da coiffeur, sono cattivello lo so, se è stato “artificiosamente” colorato, come i capelli di una signora dal coiffeur (o parrucchiere che dir si voglia).
Decapitati magari no… però la motivazione mi è sembrata pretestuosa.
Il problema è che quest’anno, le aziende, per timore di incorrere in censure, non hanno più fatto il tradizionale rosato da prima spremitura (i franzosi lo chiamerebbero “saignée”).
“Naturale, naturalmente, naturale” ma quante volte usi questa parola? Giri il coltello nella piega
Nella “piega” glielo girerei si 🙂 🙂 🙂
@Massimiliano Montes, la “piaga” di cui parla Gigi Bozo, in effetti, esiste ed e’ inutile girarvi sempre il coltello. Ti diro’ di piu’. Sai che vivo in Polonia e che ho la possibilita’ di degustare molti vini caucasici e balcanici, ma anche di confrontare le mie opinioni con quelle di molti scrittori di vino che viaggiano spesso per quei territori. Posso dirti che in gran parte sono vini in cui l’intervento dell’enologo è limitato al minimo. Non c’è da stupirsi che gli occhi di tutte le specie di “vinoveristi”, che si propongono di tornare al passato e alla natura, siano rivolti per esempio verso la Georgia. Tutti i tentativi ambiziosi (e spesso anche riusciti) di produzione di vini naturali in tutto il mondo non sono altro che copie moderne di ciò che in Georgia si sta facendo da secoli. Soliko Tsaishvili, responsabile del vino nella cantina tradizionale Our Wine, ha pero’ ammesso che la popolarità dei kvevri in Georgia è diminuita gradualmente da molto tempo, anche se le generazioni più anziane apprezzano molto questo stile di vino fatto nelle anfore. Anche se oggi si possono vedere alcuni segni di un rinascimento (per via dell’interesse suscitato fra gli ospiti stranieri, piu’ che per un rinnovato interesse locale), secondo Soliko questi vini, a causa dei costi, dei rischi in produzione e dell’atipicità saranno sempre al di fuori della convenzionalità. I vini convenzionali, inoltre, oggi sono talmente piu’ buoni che sotto il regime sovietico, che attraggono sempre piu’ estimatori. Un trend che e’ tutto il contrario di cio’ che sta avvenendo in occidente. Un certo segno di crisi è il declino di una professione amata da generazioni come quella dei “vasai” di kvevri, dei “kvevri-maker”. Per gli enologi che rispettano la vinificazione tradizionale si tratta di una professione straordinariamente rispettata, mentre per chi ha introdotto le modernità è considata però un po’ come una specie di artigianato tipico, marginale, anche se è una professione interessante. E ne sono rimasti così pochi, che diminuiscono i “marani” in cui si fa questo tipo di vino. Bisogna riflettere anche su questo. In occidente abbiamo esagerato con la burocrazia, al punto che giustamente tu stai mettendo in ridicolo i suoi eccessi come quello del colore del rosato. Ma non dobbiamo esagerare neanche dall’altra parte. In Sardegna ho bevuto anche alcuni vini assolutamente naturali dell’agro di Sorso, ma che assomigliavano al mio che smisi di produrre a Tanca Farra’ perche’ sapeva di benzina, che fermentano ancora in bottiglia, che provocano anche diarree. Come ho bevuto ottimi vini convenzionali della Gallura che non avrei certo il dubbio di comprarmi al posto di quelli naturali. Ci vuole un senso di equilibrio per trattare la questione e non tifare per partito preso. Io penso che il dibattito migliorera’ senz’altro tutti i vini, ridurra’ l’impatto delle coltivazioni sull’ambiente, ridurra’ l’uso delle sostanze aggiunte, ci guadagneranno i consumatori. Ma rifuggo dall’ideologizzazione del problema e non faccio il tifo per una delle squadre in campo, ma per il miglioramento del livello del gioco.
In effetti questi cambiamenti repentini di colori in base alle esigenze inquietano un po’.
Ma ancora una volta si rivela l’inadeguatezza delle denominazioni.
Non so ma a mio parere il colore del vino è mera immagine e non sostanza, quindi perché metterlo come condicio sine qua non? Se il vino ha tutte le caratteristiche organolettiche di qualità perchè bocciarlo??
Poi ovviamente arriva quello con colore “giusto” che, come giustamente dici, non c’azzecca nulla con i tradizionali dell’Etna e si prende la DOC(P). E il consumatore è servito…
Sono d’accordo sulla scarsa utilità delle Doc, infatti molti ottimi rosati etnei hanno rinunciato e si propongono come semplici Igt.
Sul colore un po’ meno, perché incide anche sul gusto e sugli aromi del vino. Un rosato con breve macerazione non è la stessa cosa di un rosato pista e mutta.
@Massimiliano Montes, hai ragione mi sono espresso male. Sono d’accordo con te che il colore (dato da macerazione) è importante se in funzionalità del gusto, ma in questo caso mi pare di aver capito che il colore dato dal Nerello Mascalese non dipende dalla durata delle macerazioni, ma è una proprietà intrinseca dell’uva. Quindi non ha senso mettere come parametro importante un colore che è quasi impossibile da ottenere senza “manipolazoni” particolari.